Ci siamo e continueremo ad esserci. Questo è certo.

L’emergenza covid ha generato una crisi che tocca tutt* e ogni aspetto delle nostre vite.

E il susseguirsi delle fasi, che nella comunicazione governativa dovrebbero accompagnarci in tutta sicurezza verso l’uscita dall’emergenza, sta invece evidenziando sempre più il progetto di come saranno le forme della socialità nella società post covid.

Se da una parte infatti comprendiamo la necessità di riaprire per gli esercizi commerciali che sono stati duramente colpiti dai mesi di chiusura forzata, dall’altra è sempre più evidente il disinteresse delle istituzioni di ogni ordine e grado verso cultura, aggregazione, socialità dal basso, delegate in toto al privato che tutto può perché parte di un ingranaggio economico e spesso estrattivo, mentre per le associazioni e le realtà sociali il governo e le amministrazioni territoriali costruiscono barriere sempre più stringenti e invalicabili.

Proprio la vicenda covid ha fatto emergere con assoluta evidenza i disastri prodotti dai processi di privatizzazione e dall’arretramento del “pubblico” e del “comune” a vantaggio del privato. Eppure nella cosiddetta fase di “ripartenza” la delega al privato e la rinuncia da parte delle istituzioni locali ad ogni ruolo progettuale volto a ricostruire i legami all’interno della comunità costituiscono l’asse portante dell’azione di chi governa il territorio.

L’emergenza, invece di essere l’occasione per valorizzare e rilanciare il protagonismo sociale, le forme di mutualismo, l’autoproduzione dei processi culturali, diventa sempre di più l’occasione per soffocare le esperienze di auto-organizzazione sociale in nome di “interesse primari” che non sono le nostre vite, ma il profitto, i bilanci ed il controllo.

Oltretutto questa emergenza con le sue specifiche si sovrappone e si stratifica su una serie di norme (dai DL Minniti ai DL Sicurezza di Salvini) che negli ultimi anni hanno reso praticamente impossibile organizzare alcunché.

Chi come noi da sempre vive all’interno delle contraddizioni ed in mezzo alle persone ed alle loro esigenze reali, ha chiaro come in una società già marginalizzante, trasformare il cittadino in pubblico pagante mette ai margini fette di popolazione sempre più larghe. Quelle stesse al cui fianco camminiamo e lottiamo da più di trent’anni.

Per questo ci teniamo a ribadire l’importanza del ruolo dello Spazio Comune, che aggrega persone, intreccia percorsi e storie e vite, legandole indissolubilmente, arrivando laddove istituzioni e politica sembrano non voler mai arrivare. La nostra vita non è solo sopravvivenza fisica, ma anche sopravvivenza sociale. Non è con l’isolamento, la solitudine, la frammentazione delle comunità cittadine che supereremo la crisi, ma con la ricostruzione dei legami sociali.

Ci siamo e continueremo ad esserci. Questo è certo.

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