#overthefortress lungo la rotta Balcanica (4 e 5 febbraio 2017)

#overthefortress lungo la rotta Balcanica (4 e 5 febbraio 2017)

Report e fotografie da Belgrado e dal confine serbo-ungherese

Il 4, 5 e 6 febbraio alcuni attivisti della campagna #overthefortress sono tornati sulla rotta balcanica. Qui il report e le fotografie da Belgrado e da Horgos/Röszke, al confne tra Serbia e Ungheria.

5 febbraio 2017

Al confine di Kelebija, 20 km a nord di Subotica, la situazione è problematica. Qui i migranti tentano frequentemente il passaggio in Ungheria ma vengono quasi sistematicamente respinti dalla polizia Ungherese, non proprio con le buone maniere, e riportati in Serbia appena oltre il confine. Abbiamo trovato un gruppo di 20 pakistani (con almeno due minori, uno 13enne) appena riportati in Serbia che si accampavano a bordo strada per ritentare il passaggio della frontiera, forse anche stanotte stessa. Non era la prima volta che ci provavano. Erano ovviamente malconci, un po’ per le botte (per alcuni evidenti in viso) e un po’ per il lungo camminare.
La situazione di queste persone è al limite, fisicamente spossati e malconci, ma ancora ben determinati.
In zona sono frequenti tentativi di questo genere.

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Ex fabbrica di mattoni a Subotica

A Subotica abbiamo verificato quello che alcuni ci avevano raccontato a Belgrado: i migranti tentano la via del treno, salendo sui merci in partenza. Oltre la stazione, nei pressi dello scalo merci, abbiamo visto il via vai discreto ma continuo dei migranti che scavalcano la recinzione per accedere all’area ferroviaria. Probabilmente in qualche rudere all’interno dello scalo riescono a trovare riparo in attesa del treno. Gli esiti di questi tentativi possiamo però solo immaginarli…

A Kelebija c’erano anche 3 volontari francesi bloccati da due giorni tra le 2 frontiere con un carico di aiuti. Non li facevano entrare in Serbia e neanche tornare indietro in Ungheria. Tanto per capire che aria tira per chi vuole portare aiuti concreti…

Riportiamo di seguito l’intervista fatta a Rehan Khan, 23 anni, uno dei ragazzi pakistani incontrati a Kelebija.
Spero di andare a piedi in Austria, vedremo magari l’Europa, ma al momento la situazione è difficile, i confini sono chiusi, tutti i giorni ci mettiamo in cammino e ci proviamo ma gli ungheresi ci ri-deportano in Serbia“.
Quando sei arrivato per la prima volta in Serbia e da dove sei arrivato?
6 mesi fa, dalla Bulgaria ho raggiunto Belgrado. E da allora quasi ogni giorno ci proviamo. Non andiamo nei campi governativi perchè se ci fermiamo li non riusciamo più a muoverci. Dormiamo dove capita, in case abbandonate o per strada. Voglio andarmene da qui. Nei campi governativi non si ottiene il documento promesso, chi è li da 6 mesi non ha ancora avuto nulla. Qui stiamo solo perdendo il nostro tempo, vorrei andare a Budapest in Ungheria e poi in Austria. Poi vedremo dove andrò a finire in Europa
Ieri ci abbiamo provato ancora. Quando ci trovano ci ri-deportano qui in Serbia, ma stanotte lo rifaremo
“.

Intervista a Rehan Khan, 23 anni, pachistano

La situazione al confine serbo-ungherese

A Ciglana, nei pressi di Subotica al confine serbo-ungherese vivono un centinaio di uomini pakistani in situazioni pessime, senza acqua potabile ne supporto di organizzazioni umanitarie Nel vicino campo governativo di Palic circa 200 persone (con molti bambini) aspettano più dignitosamente di essere “sorteggiate” per essere tra 10 fortunati che ogni settimana possono transitare in Ungheria.
Al confine di Horgos/Röszke la situazione è estremamente tranquilla. Sia qui che lungo la vecchia linea ferroviaria solo filo spinato e polizia ungherese alquanto aggressiva anche solo al nostro avvicinarci.

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Belgrado, ai capannoni della ex stazione ferroviaria

4 febbraio 2017
Questa mattina siamo stati a Belgrado, ai capannoni della ex stazione ferroviaria che da mesi fungono da riparo migliaia di profughi bloccati dalla chiusura delle frontiere europee. La situazione è decisamente al limite (o, se possibile, anche sotto il limite…) per chi vive nei capannoni dell’ex stazione. In questi enormi spazi si combatte il freddo bruciando qualsiasi cosa, dalle traversine dei binari al pezzi di eternit… l’aria all’interno è irrespirabile.

Nessun servizio viene fornito dalle autorità serbe alle persone qui accampate, neanche qualche bagno chimico. E le poche organizzazioni che cercano di portare aiuti non vengono certo facilitate nel loro compito. Sono presenti quotidianamente gli inglesi di Food for Idomeni (affiancati dagli amici veronesi di One Bridge To Idomeni) che forniscono un pasto al giorno (tanto hanno concesso le autorità serbe, due pasti sarebbero troppi) e un gruppo di spagnoli che principalmente si occupa di procurare legna da ardere evitando così seri rischi di intossicazioni gravi.

In questo luogo ci sono circa 550 persone, in maggioranza afgani e pakistani.

Moltissimi (fino a poco tempo fa c’erano 2000 persone) hanno a malincuore deciso di andare nel campo governativo a sud di Belgrado perché le condizioni di vita qui sono insostenibili.

Ormai questo è un campo di passaggio, i migranti che stazionano qui da tanto tempo stanno diminuendo. Chi c’è aspetta l’occasione per andare verso i confini a nord, principalmente quello ungherese. Oppure da questo inferno transitano quelli respinti dai confini europei, e sono ancora molti….

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