Domenica 3 luglio – “Oltre ogni confine. Assemblea di agire nella crisi” – Sherwood festival (Padova)

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24 / 6 / 2016

Domenica 3 luglio si terrà all’interno dello Sherwood Festival l’assemblea di Agire Nella Crisi. Come nelle altre due occasioni, si tratterà di uno spazio di discussione pubblico ed aperto atto a trovare delle possibili letture ed analisi utili all’organizzazione di iniziative e mobilitazioni nei prossimi mesi.

Quest’ultimo anno ha visto un’accelerazione continua di alcune trasformazioni che lo spazio locale, nazionale ed europeo – nonché le configurazioni geopolitiche globali – ha subito. La crisi dei migranti ha difatti riportato nella realtà l’incubo delle frontiere e dei fili spinati, compromettendo non solo il rapporto dell’Europa nei confronti del suo esterno, ma anche alcuni pilastri dell’Unione Europea stessa come il trattato di Schengen. Sui flussi migratori si è giocata una partita internazionale con la Turchia attraverso la quale la Commissione ed il Consiglio europeo hanno cercato di far fronte all’avanzata delle destre e ad imporre una decisione comune a tutto lo spazio europeo. Il ritorno della retorica e della strategia nazionalista in Europa, sia da “destra” che da “sinistra”, ha intersecato diversi piani, ha ridato un enfasi allo Stato-nazione attraverso la chiusura e il controllo delle frontiere; senza tralasciare come la formalizzazione dello stato d’emergenza sia servita per intensificare disciplinamento, controllo e repressione nella mani dello Stato contro migranti e opposizione politica, con l’esempio più eclatante della Francia. In tutto questo, le politiche di attacco alla ricchezza sociale sono state portate avanti in ogni singolo Paese. In Italia il governo Renzi non si è di certo sottratto a questa tendenza: prosecuzione delle grandi opere e svendita alle multinazionali del nostro ambiente, aumento dello sfruttamento sul posto di lavoro e abbassamento del suo costo, preparazione del Migration Compact in vista delle migrazioni provenienti dal Nord Africa mentre l’accoglienza ed il diritto d’asilo vengono minati alla base. 

Come Agire Nella Crisi – assieme ad altre reti ed altri soggetti – abbiamo provato ad organizzare momenti di solidarietà dal basso, di conflitto e di progettualità all’interno di questo contesto di profondo cambiamento: la mobilitazione No Tav-No Grandi Navi a Venezia, la carovana Over the Frotress, il 3 aprile al Brennero e il primo maggio sotto l’ambasciata turca a Roma. Nonostante l’importanza di tutti questi momenti, sappiamo bene che non sono stati altro che dei tasselli da inserire in un quadro necessariamente più grande e più efficace. E’ con un tale spirito, dunque, che proponiamo per domenica 3 luglio l’assemblea di Agire Nella Crisi come momento di valutazione, rilancio e di elaborazione di nuove prospettive e percorsi. A questo proposito, in maniera preliminare e certamente non esaustiva né predeterminata, proponiamo a tutti/e gli interessati/e un testo di approfondimento dal titolo Tracciati e traccianti.

L’assemblea del 3 luglio sarà inoltre preceduta il giorno prima da quella di Over the fortress, la campagna di solidarietà e di mobilitazione che ha saputo coniugare l’aiuto materiale con la rivendicazione di diritti per i migranti contro le frontiere della fortezza Europa.

Abbiamo bisogno di confrontarci e di discutere collettivamente perché mossi da un grande desiderio: il superamento di ogni confine, sia esso materiale, immateriale o simbolico. Del resto, il travalicamento dei limiti imposti è sempre stato un pieno esercizio di libertà.

L’appuntamento per l’assemblea di Over The Fortress è Sabato 2 luglio h.14:00

L’appuntamento per l’assemblea di Agire Nella Crisi è Domenica 3 luglio h 12,30

TRACCIATI E TRACCIANTI  – per una ricerca permanente dei nuovi itinerari di lotta ed organizzazione        

Le frontiere non sono semplicemente un ostacolo fisico alla libera circolazione degli esseri umani: sono una politica, una strategia attraverso la quale si ridefiniscono ruoli, poteri, dinamiche istituzionali e assetti normativi che incidono pesantemente sui diritti fondamentali della persona. I flussi migratori che si sono riversati sul campo europeo sono il portato di profondi squilibri e contraddizioni che maturano generando collettività in movimento e radicali rivendicazioni di una rapida estensione dei diritti primari. Le risposte confezionate dall’Unione Europea, seppur scomposte e incapaci nell’immediato di una riaggregazione unitaria delle compagini governative e politiche, sono risposte che tentano di ridefinire un assetto non limitato al breve periodo ma calibrato sulla sperimentazione di nuovi dispositivi di repressione, controllo e selezione dei flussi migratori. In questo quadrante si inseriscono funzionalmente il progressivo svuotamento del diritto alla protezione internazionale, la contrattualizzazione della qualifica di “Paese terzo sicuro”, la fidelizzazione della Grecia attraverso l’assegnazione ad essa di un ruolo di responsabilità nel controllo delle vie d’accesso allo spazio europeo, il ripristino di forme di controllo ordinario dei confini, la cooptazione della Turchia quale nesso strategico double face (interno/esterno) dentro le nuove configurazioni geopolitiche. Come sempre all’interno di vasti processi di ridefinizione degli assetti politici e di potere, il sacrificio umano è  alto sia in termini di demolizione dei diritti, sia in termini di perdita di vite umane. In un arco di tempo sostanzialmente breve, campi profughi, deportazioni e luoghi di concentramento sono tornati ad occupare la scena politica e sociale dell’Europa contemporanea, mentre il Mediterraneo ha svolto pienamente il ruolo di selettore “tombale” dei flussi. In questo contesto abbiamo ritenuto urgente aprire un fronte di intervento organico e continuativo, capace di intersecare la problematica dell’accoglienza con quella delle azioni conflittuali contro i nuovi dispositivi di controllo e dello sviluppo di nuove planimetrie organizzative di ispirazione trans-nazionale. Il lancio della campagna “Over the Fortress” ha consentito di aprire fattivamente, e non sul mero piano comunicativo, una narrazione diversa e contrapposta a quella dominante, mettendo a valore disponibilità e sensibilità diversificate ma nel contempo convergenti. La carovana che ha raggiunto Idomeni non si è mai appiattita su una dinamica solidaristica, ma ha sempre mantenuto il suo profilo sociale e politico, che si è tradotto anche in azioni di mobilitazione e di sviluppo auto-organizzativo sul territorio greco. Tale scelta di campo si è ulteriormente sviluppata con la partecipazione organica ed attiva della campagna alle azioni di lotta e di denuncia intraprese da ANC sul fronte dei confini, con le azioni al Brennero, e sul fronte dell’accordo criminale UE/Turchia, con il primo maggio che ci ha portato davanti all’ambasciata turca a Roma, oltre che nelle plurime azioni territoriali che nel tempo hanno arricchito e potenziato il percorso. Nell’assemblea di “Over the Fortress” del 2 luglio e nella successiva assemblea di ANC del 3 luglio, oltre a fare un bilancio di quanto già realizzato, è necessario riflettere insieme sulle immediate prospettive future, che vedono un mutamento del quadro d’intervento con l’entrata a regime dell’accordo UE/Turchia e lo spostamento dell’asse dei flussi migratori verso il territorio italiano. E’ evidente la necessità di ripensare l’intervento e le sue caratteristiche all’interno della nuova fase e di rideclinare il concetto stesso di “confine” andando ad impattare direttamente anche quelli che sono i confini normativi/amministrativi, ovvero i soggetti e le procedure che, all’interno dei nuovi dispositivi UE, sono preposti nel territorio di frontiera italiano alla selezione dei migranti, alla loro qualificazione nelle categorie di appartenenza (migranti economici e richiedenti protezione) ed al diniego degli status che consentono sia di accedere ai diritti primari, sia di sottrarsi alle procedure espulsive.

L’analisi sull’esterno dell’Unione Europea e sui suoi punti liminali non può esimersi di volgere lo sguardo alle trasformazioni interne che l’assetto costituzionale, sia formale che materiale, e la governance stanno attraversando in questa fase. Le spinte centrifughe dalla decisionalità centralizzata dei poteri transnazionali (Commissione, Consiglio e BCE), di cui il referendum sulla Brexit rappresenta una concretizzazione, hanno parzialmente riabilitato alcuni aspetti della sovranità degli Stati-nazione che hanno nuovamente fatto emergere il problema dei confini dentro lo spazio comunitario. In questo senso i confini non posso essere considerati nella loro conformazione fisica di un blocco o di un’intensificazione dei controlli (sebbene in misura minore anche tra gli Stati europei questi fenomeni siano comparsi): si danno i confini laddove si riafferma un’identità legata ad un territorio che definisce l’alterità e produce effetti di marginalità. Stiamo assistendo in questi mesi ad un tentativo di ulteriore restrizione dei diritti e delle libertà essenziali della cittadinanza europea, in un generale processo di radicale restringimento delle possibilità di accesso sociale alle ricchezze. Una tale considerazione ci obbliga a connettere la produzione di discorso e la pratica politica sulle frontiere esterne e sui migranti al nodo dei diritti sociali e del welfare come base per definire una nuova cittadinanza europea.

In questo contesto di rideclinazione del concetto di “confine”  è dunque  possibile implementarne i contenuti andando anche oltre al suo significato di frontiera. Accanto all’iperattivismo dell’Unione Europea e degli Stati membri volto alla ridefinizione di una politica efficace dei confini e dei controlli sugli accessi, dall’altro, in maniera altrettanto frenetica, ma con una ridottissima esposizione mediatica, le medesime istituzioni lavorano al più grande sfondamento dei confini dei diritti e delle tutele sociali della storia dell’Unione Europea. Gli accordi di libero scambio, in fase di sempre più avanzata negoziazione, costituiscono un gigantesco viatico di ridefinizione generale della dialettica tra diritti, resistenze e sfruttamento capitalistico, all’interno della quale i rapporti di forza e le loro proiezioni normative riducono in briciole le residue garanzie sociali e comprimono enormemente gli spazi di agibilità del conflitto. Il TTIP è l’accordo di libero scambio che più di altri, nonostante i sistematici tentativi di secretazione, è emerso agli onori della cronaca grazie all’attivismo sociale e ad un’opposizione sempre più diffusa. Accanto ad esso, tuttavia, altri accordi di libero scambio sono in fase di negoziazione, in particolare il TISA ed il CETA, entrambi altrettanto letali sia sotto il profilo delle garanzie sociali ed ambientali, sia sotto il profilo del progressivo spostamento dei processi decisionali nel campo di diretto appannaggio delle corporation. Le mobilitazioni contro il TTIP, nonostante le molteplici difficoltà, sono cresciute, portando ad una manifestazione sulla piazza di Roma largamente partecipata, ed al proliferare di iniziative nel contesto europeo che, probabilmente, nel prossimo autunno sfoceranno in ulteriori ed importanti mobilitazioni transnazionali. Il nostro intervento su questo terreno non è stato adeguato alle necessità in campo e risulta ad oggi certamente deficitario rispetto allo spessore ed alla centralità dell’attacco che gli accordi di libero scambio sono in grado di concretizzare. Sarà necessario nell’assemblea  del 3 luglio affrontare il problema ed individuare i passaggi attraverso i quali imprimere un cambio di rotta in grado di portare su questo terreno una dimensione organica e strategica del nostro intervento collettivo.

Peraltro il tema dei confini, nella duplice coniugazione che abbiamo sopra articolato, può e deve costituire il volano attraverso cui tentare anche un salto di qualità nei processi organizzativi e nei tracciati relazionali che ad oggi connettono le realtà di movimento nello spazio europeo. Da questo punto di vista, muovendo dalla ribadita centralità dello spazio europeo come scenario inscindibile da qualsivoglia processo reale di trasformazione, risulta evidente la necessità di costruire nuove prospettive e sperimentazioni, assumendo che il primo ciclo aggregativo, tutto incentrato sulle politiche di austerity e sulla loro simbologia, si è esaurito ed in assenza di nuovi percorsi aggregativi ed organizzativi, rischia di sclerotizzarsi e di assegnare a dinamiche burocratiche la supplenza di processi organizzativi reali ed adeguati alla fase. Questo non significa che l’austerità o che lo smantellamento dei diritti e degli istituti della riproduzione frutto del patto fordista siano completamente terminati, come sta dimostrando altrimenti la mobilitazione in Francia. Ciò vuol dire, piuttosto, che i diversi tempi politici e le eterogeneità dei vari territori nello spazio europeo hanno difficoltà a trovare un comune discorso attorno a cui articolare una lotta transnazionale.

Alle sorti degli accordi di libero scambio ed all’opposizione sociale che contro di essi riesce ad esprimersi ed organizzarsi è legata a doppio filo la tematica dei beni comuni e le prospettive di riappropriazione che in essa possono essere coltivate. Il terreno dei beni comuni ha costituito sin dall’inizio un asse portante delle riflessioni e delle prospettive di azione di Agire Nella Crisi perché si colloca in uno dei punti di rottura della produzione di valore contemporanea. La privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni rappresentano infatti uno dei dispositivi attraverso i quali si determina la piena sussunzione della vita e della natura. Ed è proprio in questo rapporto organico tra capitale, vita e natura che si svela il legame tra sviluppo capitalistico e crisi climatica. La crisi eco-sistemica in corso ci spinge quindi a far definitivamente piazza pulita sia dell’ambientalismo tradizionale con la sua secolare illusione che esista una sfera del “naturale” estranea ai rapporti di sfruttamento e (quindi) di scontro di classe, sia delle velleità green e riformiste di una possibile uscita dalla crisi in senso capitalistico. Specie dopo il fallimento di Cop21 si evidenzia l’urgenza di trovare una prospettiva di cambiamento che metta radicalmente in discussione i paradigmi dell’attuale modello di sviluppo.

Nei mesi che abbiamo alle spalle siamo riusciti a costruire percorsi conflittuali ed organizzativi che, muovendo dalla critica attiva alle grandi opere, trivellazioni ed all’asservimento dei territori ai petrolieri, sono riusciti a socializzare l’opposizione ad un complessivo assetto economico ed energetico, basato sugli idrocarburi, la predazione delle risorse, la devastazione climatica e la gerarchizzazione che il modello dominante di produzione energetica porta con sé.

L’accumulo di lotte e di risorse organizzative sedimentato all’interno della campagna “Trivelle Zero” abbiamo provato a riversarlo in un contesto più largo facendoci promotori, insieme ad altri, della “Campagna  contro la devastazione ed il saccheggio dei territori”, possibile luogo e strumento, in concorso con altri percorsi, di una fase espansiva delle lotte sul terreno ambientale e bio-sociale. La campagna ha avuto tra i suoi momenti inaugurali le mobilitazioni dell’otto marzo a Venezia, dove, il vertice Italia-Francia è stato duramente contestato da un corteo composto da attivisti No Grandi Navi, No Tav e Trivelle Zero. Nei mesi successivi l’intrecciarsi di istanze provenienti da diversi contesti, tra cui la campagna Trivelle Zero, i movimenti per l’acqua pubblica, le reti di opposizione agli inceneritori, i percorsi di contrasto alla contro-riforma della scuola e del mercato del lavoro, ha prodotto l’ulteriore tentativo di implementare dinamiche ricompositive attraverso la proposta di una stagione di referendum sociali, articolati in diversi quesiti corrispondenti alle istanze promotrici e saldamente radicati in processi di auto-organizzazione dal basso. Nonostante gli oggettivi limiti dello strumento referendario, tanto più in una fase di scarsa movimentazione sociale, abbiamo ritenuto utile e necessario sostenere attivamente i referendum sociali, nella prospettiva che gli stessi potessero aprire spazi pubblici in grado di assumere, oltre alla prospettiva referendaria in quanto tale, un ruolo di interconnessione tra conflittualità diffuse ed, in questo, configurare un ulteriore veicolo di sviluppo delle stesse. In realtà, il venir meno, per questioni tecniche, del quesito sull’acqua, che nelle valutazioni iniziali avrebbe dovuto svolgere un ruolo trainante, l’esito negativo (quanto scontato) del referendum istituzionale del 17 aprile, e le difficoltà ad allargare adeguatamente la base attivatasi nella campagna di raccolta delle firme necessarie per la presentazione dei quesiti, ha determinato un ripiegamento sulle incombenze referendarie, lasciando poco spazio al resto. E’ necessario riaprire quanto prima la discussione per individuare i passaggi attraverso i quali, mettendo a valore la ricchezza che si è, comunque, mossa e continua a muoversi sul versante dei referendum sociali, sia possibile contribuire alla immissione ed alla generalizzazione, sul terreno dei beni comuni,  di nuove dinamiche conflittuali.

In tal senso i decreti Madia, con la spirale di privatizzazioni che sono destinati ad immettere in settori vitali, lo scandaloso stravolgimento ad opera dei parlamentari del PD della legge di iniziativa popolare contro la privatizzazione dell’acqua, il ripristino di dispositivi normativi abrogati dal referendum del 2011, non solo configurano, anche per l’alta veicolabilità sociale dei contenuti, un piano prioritario di rilancio della conflittualità sul terreno dei beni comuni e dei servizi essenziali alle persona ed alle collettività, ma consentono anche di operare un salto di qualità nell’individuazione della controparte. La personalizzazione della dimensione governativa nella figura di Renzi tende a sottrarre alle sue responsabilità il Partito Democratico, partito di governo artefice di un’incessante attività parlamentare volta a promuovere i processi di privatizzazione, le contro-riforme della scuola e del lavoro e la ristrutturazione/restrizione del campo dei diritti sociali.

E’ interessante come ogni singolo percorso di lotta rispetto a ciascuna delle riforme e dei decreti del governo possano trovare un filo conduttore che permette di politicizzarne la portata in senso generale. Le ultime elezioni amministrative hanno fatto emergere un generalizzato vuoto di consenso da parte del partito di governo a livello territoriale, maturato all’interno dei mutati equilibri tra Stato centrale ed enti locali avvenuti negli ultimi due anni e mezzo. Il neo-centralismo renziano, stile governamentale che ha stabilito un piano di compatibilità tra i dettami della governance europea e gli interessi di vecchie e nuove oligarchie economico-finanziarie nazionali, ha di fatto imposto un vistoso ridimensionamento delle istituzioni territoriali sul piano della gestione delle risorse e dei servizi, dell’autonomia finanziaria e della decisionalità su temi di interesse strategico. Il quadro politico emerso dopo la tornata elettorale di giugno, sebbene non esaustivo dell’intero panorama nazionale, indica in linea tendenziale una diffusa richiesta di discontinuità con le politiche governative. Il corto circuito tra governo e territori può giocare un ruolo favorevole all’interno dei processi di costruzione di autonomie territoriali e di soggettivazione dei legami sociali, che siano in grado di destituire le istituzioni esistenti e di costruire le condizioni di possibilità per nuovi istituti di democrazia dal basso. Il caso napoletano, che ha visto un inedito protagonismo da parte delle organizzazioni di movimento nel passaggio delle elezioni amministrative, pur non costituendo le premesse di nuovi modelli di municipalismo riproducibili rappresenta senza dubbio una sperimentazione che può mettere in crisi i tradizionali dispositivi del comando e tecnocrazia che agiscono nei territori. L’anomalia napoletana si conferma come tale proprio perché apre prospettive di sviluppo di nuove forme della decisione e di riappropriazione del diritto alla città da parte dei suoi abitanti.

In generale la fase politica impone un’accelerazione nel rilancio delle dinamiche sociali di conflittualità e opposizione, tanto più sul terreno da subito praticabile dei beni comuni, che deve necessariamente riuscire ad allargare attenzioni e tensioni dalla figura del capo del governo al principale partito responsabile delle politiche governative. Il conto politico e sociale dell’affossamento della volontà popolare espressa con il referendum del 2011 (che non riguardava unicamente la problematica dell’acqua) e della devastazione ambientale e sociale perseguita con i nuovi processi di privatizzazione deve essere presentato al partito di governo, sia nei suoi terminali territoriali, che nei suoi centri organizzativi nazionali. La personalizzazione dello scontro sulla figura di Renzi, in mancanza di una sistematica chiamata alle proprie responsabilità del partito di governo, rischia nel tempo di generare zone grigie e di depotenziare le prospettive dei percorsi di lotta. Il quadro nel quale si inserisce la chiamata del referendum “dall’alto” sulla riforma costituzionale, del resto, schiaccia tutto il contenuto sulla proposta di modifica costituzionale e sull’autorità interna ed esterna al PD di Renzi. Crediamo che sia importante riflettere insieme sulle modalità ed i passaggi attraverso i quali potrebbe essere possibile, nella finestra temporale e politica del prossimo autunno, collocare dimensioni di mobilitazione capaci di restituire centralità alle battaglie sui beni comuni attaccando i nuovi dispositivi normativi ed il partito di governo che ne è, nel contempo, autore ed esecutore.

Rilanciare l’intervento sui beni comuni e l’opposizione ai processi di privatizzazione  costituisce anche un valido strumento di ripresa dell’iniziativa sul terreno dei bisogni materiali e delle garanzie sociali, sempre più ostaggio dei processi di precarizzazione, indebitamento ed impoverimento. L’assenza di risposte reali e credibili sul tema del reddito e la mancanza di un’effettiva opposizione alla profonda ristrutturazione del diritto del lavoro, è un problema di ampie proporzioni, in relazione al quale generare contro-tendenze è estremamente difficile e poco possono improvvisazioni soggettive. E’ necessario su questo terreno mantenere aperta la riflessione ed individuare i tracciati che possono essere valorizzati. Di certo l’idea che il quadro generale possa essere radicalmente modificato cercando come indovini (rabdomanti) la scadenza magica oppure partendo dal tetto di una possibile costruzione anziché dalle fondamenta, è fallimentare.  In mancanza di eventi capaci di produrre ampie e generalizzate precipitazioni, come sta accadendo in Francia, dobbiamo interrogarci su come sia possibile ricostruire sfere di rivendicazioni, anche specifiche e settoriali, in grado di sedimentare un nuovo accumulo, senza il quale i processi di generalizzazione  di nuove forme di lotta e di nuove conquiste, sono difficilmente immaginabili, se non nella dimensione virtuale di facebook e twitter.

Qualunque siano le coordinate intorno alle quali ragioniamo per contribuire ad un potenziamento della conflittualità sociale e delle sue prospettive, dobbiamo necessariamente fare i conti con un ulteriore fattore che incide pesantemente sulle capacità di espansione e radicalizzazione delle pratiche: quello della repressione giudiziaria, oramai tarata su livelli di reazione carceraria e di privazione della libertà personale insostenibili ed in crescita progressiva. La recente sentenza di condanna per i fatti del 15 ottobre 2011 segna un nuovo traguardo all’interno di un piano inclinato dell’azione repressiva, rispetto al quale non riusciamo a costruire risposte. Dobbiamo provare a capire come sia possibile se non prendere in mano tutta la matassa, almeno riuscire a prenderne qualche bandolo che ci consenta, intanto, di uscire dal senso di inerzia che sembra sovrastarci. Dopo numerose iniziative di discussione e di confronto, dobbiamo ammettere che ci troviamo ancora fermi al palo, mentre anni di carcere e misure di prevenzione continuano a pioverci addosso con sempre maggiore frequenza. Forse per poter muovere i primi passi dobbiamo, innanzitutto, accettare l’idea che i primi passi sono necessariamente insufficienti e parziali, inadeguati al livello repressivo che viene esercitato. Assumere il limite può liberare il tentativo, perché se ne assume già in partenza l’insufficienza. L’assetto repressivo penale ed amministrativo che vige nel nostro Paese è il risultato di una molteplicità di norme e di dispositivi di controllo. Nelle condizioni date è, evidentemente, impossibile immaginare proposte realistiche in grado, da subito, di mettere in crisi l’assetto complessivo. Potremmo scrivere documenti dettagliati su tutte le norme che andrebbero abrogate o modificate, ma sarebbe un esercizio accademico, privo di una tempestiva ricaduta pratica. Probabilmente, visto il precipitare della situazione, dovremmo, invece, individuare da subito i dispositivi normativi che ci fanno più male e concentrarci su di essi, senza perdere di vista tutto il resto.  Questo perché tali dispositivi, proprio per l’estremizzazione del portato repressivo che li caratterizzano, risultano immediatamente in contrasto anche con convenzioni internazionali e trattati europei. Che il contrasto sia evidente e facilmente percepibile costituisce una condizione importante per poter avviare un processo credibile di riapertura di uno spazio di azione sul terreno delle garanzie che attengono all’ordinamento penale ed al diritto amministrativo applicato all’habeas corpus. In tal senso crediamo che il reato di devastazione e saccheggio ed i reati di violenza e resistenza aggravata a pubblico ufficiale possano costituire una valida base di partenza per aprire una campagna che, attraverso l’elaborazione di un testo di formale e documentata denuncia, sollevi anche in sede europea il problema delle forme di imprigionamento dell’opposizione sociale nel nostro Paese e della loro compatibilità con le garanzie minime sancite dal diritto comunitario. Al di là di quelli che potrebbero essere gli effetti immediatamente pratici, ciò consentirebbe di disporre di un primo strumento attraverso il quale uscire dal piano teorico e dell’analisi per approdare ad un piano operativo che non sia limitato alla sporadica e limitata azione militante.

I nodi tematici che abbiamo attraversato nel corso del presente documento costituiscono la griglia di discussione intorno alla quale pensiamo che nell’assemblea del 3 luglio sia possibile tracciare le coordinate di intervento per i prossimi mesi e per l’autunno. Siamo convinti che nella riflessione collettiva, tanto più se ampia ed allargata, sarà possibile arricchire lo schema di discussione e, soprattutto, trovare i percorsi giusti e gli strumenti efficaci attraverso i quali spunti, interrogativi e suggestioni possano tradursi in iniziative e mobilitazioni, farsi corpo materiale e tradursi in agire concreto.

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