1 maggio – Roma – Davanti all’Ambasciata turca

Il diritto all’azione

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Nota a margine del 1° maggio No Borders a Roma – Centri Sociali Marche

27 / 4 / 2016

“Benvenuta nel Paese che ospita più rifugiati al mondo”. E’ la frase dello striscione che campeggiava nel campo profughi turco Nizip 2 visitato dalla cancelliera tedesca, giunta in Turchia  per rilanciare l’accordo sulle deportazioni. E’ intollerabile. E’ “il lavoro rende liberi” del nostro tempo, la propaganda fatta per bocca delle sue vittime. Mentre il governo turco trattava gestione e contropartite del più moderno mercato degli schiavi, la Merkel regalava matite ai bambini del campo. Sono necessarie risposte urgenti, immediate. Oggi, non domani. Perché  nel frattempo le deportazioni continuano e l’infame accordo tra l’Unione Europea e la Turchia si consolida.

E’ per questo che nonostante gli sforzi sostenuti per realizzare la carovana a Idomeni e la manifestazione del 3 aprile al Brennero, ci siamo subito rimessi al lavoro per arrivare all’Ambasciata turca in Italia, alle rappresentanze diplomatiche di quel Paese responsabile dei respingimenti e delle espulsioni illegali verso la Siria e che si candida, in cambio di laute  contropartite, a fare il lavoro sporco per la fortezza europea: un lavoro per il quale può presentare ottime credenziali, vista la sistematica violazione dei diritti umani e la violenta e permanente aggressione al popolo curdo, di cui il governo turco è artefice.

Da tutto questo è  nato l’appello all’azione di Agire nella Crisi. Per il primo maggio, perché quella era la prima data utile sia come spazio temporale, che come spazio politico, considerato che, nonostante le raccomandazioni della UE, in quella giornata Erdogan tornerà pubblicamente a mostrare le unghie contro l’opposizione interna e le rivendicazioni di autonomia e libertà che occuperanno le piazze della Turchia. L’appello è semplicemente un libero “chiamarsi” tra coloro che sentono l’urgenza di reagire, fuori da ogni dietrologia, tatticismo, specificità che nulla hanno a che vedere con il dramma che abbiamo di fronte: un appello per esplicitare i motivi di un’azione, per affermarne la necessità, per rivendicare il diritto di porla in essere.

Il diritto all’azione non è un’enunciazione, ma un fatto: esiste solo nella misura in cui l’azione lo costituisce. Le limitazioni a cui esso è sottoposto sono le medesime limitazioni a cui è sottoposta la nostra possibilità di azione. Alcune di esse le conosciamo bene e si affacciano spontanee alle nostre menti: la polizia, la legge, i giudici. Ma in realtà sono molti altri i fattori che concorrono a limitare il nostro diritto all’azione e lo spazio del suo esercizio. Uno è il tempo. Anche banalmente quello metereologico, che sappiamo tutti molto bene quanto possa pesare su una manifestazione. Oppure il tempo cronologico, e, cioè, il “tempo che passa” e che senza batter colpo e senza tanti clamori svuota il nostro diritto all’azione dell’azione stessa, rendendola anacronistica, inefficace nel conseguimento dell’obiettivo a cui essa era preordinata. Ed anche il tempo come “clima” sociale, politico e relazionale all’interno del quale l’agire si colloca rimanendone inevitabilmente implicato.

Ed è fisiologico che sia così, perché ogni azione non può non essere condizionata dal contesto all’interno del quale essa si determina. Però è anche vero che esiste un nocciolo dell’agire che è incomprimibile, irrinunciabile. E’ quell’azione che si determina laddove essa non c’è, nonostante sia urgente e necessario che ci sia. Questo diritto primario all’azione non possiamo negarcelo, non dobbiamo negarcelo. E’ per questo che facciamo le manifestazioni anche quando piove. E’ per questo che il primo maggio saremo in piazza dell’Indipendenza a Roma, e muoveremo verso l’Ambasciata turca.

Centri Sociali Marche

ovver

La campagna overthefortress invita a partecipare alla manifestazione contro gli accordi UE-Turchia

In tante e tanti siamo stati e continuiamo ad essere presenti ed attenti sui confini esterni ed interni della Fortezza Europa. I mesi di monitoraggio lungo la Balkan Route, i ripetuti viaggi ad Idomeni sfociati nella grande carovana di pasqua e la presenza attiva che stiamo garantendo con costanza ci riempiono gli occhi di immagini raccapriccianti che narrano una situazione inaccettabile.
Ma il peggio sta per arrivare. C’è un laboratorio politico e poliziesco in piena attività in queste settimane. Tra i palazzi di Ankara e Bruxelles si sta smontando ogni residuo del diritto e di umanità. L’accordo tra i capi di Stato e di governo dei 28 Paesi UE ed il governo turco siglato il 18 marzo riporta alla mente lo spettro della selezione della razza e delle deportazioni di massa. L’UE ha assegnato ad Erdogan il compito di separare i profughi siriani dagli altri, decidendo che tutti coloro, siriani compresi, che sono sbarcati in Grecia dopo il 20 marzo debbono essere riportati a forza in Turchia. Dal 4 aprile dalle isole di Lesbo e Chios sono iniziate le operazioni di deportazione in Turchia che, in un perverso effetto domino, sta chiudendo le sue frontiere con la Siria alle famiglie in fuga dalla guerra. Particolarmente grave, inoltre, è la decisione di respingere i curdi che fuggono dalla repressione spietata del governo turco.

L’Europa sempre meno unita e sempre più Fortezza dichiara, preventivamente ed arbitrariamente, milioni di persone non meritevoli di protezione internazionale, li bolla come “migranti economici” e di fatto impedisce loro di presentare istanza di protezione internazionale. La Convenzione di Ginevra è ormai carta straccia. Ora la palla rimbalza alla Grecia, la quale deve obbedire e definire le modalità con cui espellere circa 50mila persone, di cui moltissimi sono minori non accompagnati.
Ogni tutela legale è venuta meno, materialmente i migranti in questo momento bloccati in Grecia non hanno più alcun profilo giuridico perché l’avvio della procedura di richiesta di protezione è materialmente bloccato dalle inefficienze dell’amministrazione statale greca. Sono semplicemente corpi estranei indesiderati e da rimuovere, oggetti di speculazione per i trafficanti, e non più soggetti del diritto. I campi di prima accoglienza sono divenuti “hotspot“, niente altro che gli omologhi dei CIE italiani: in questi nuovi centri di detenzione le proteste delle persone recluse sono quotidiane e le principali ong hanno deciso di non prestarvi servizio per non essere conniventi alla violazione dei diritti.

Da questo laboratorio potrebbe uscire un precedente nelle relazioni internazionali tra Stati UE e Paesi terzi applicabile anche in Italia: come la Grecia, le nostre coste sono confine esterno dell’UE, sorvegliate da Frontex; come con la Turchia, l’UE potrebbe pensare di stringere accordi con il “governo” della Libia perché blocchi il flusso di disperati in partenza. Non ci scordiamo affatto che nel 2008 un accordo simile fu siglato tra Berlusconi e Gheddafi. Non dimentichiamo nemmeno che è tuttora in corso il Processo di Khartoum che prevede operazioni di respingimento verso i paesi di origine e il trasferire sui paesi terzi, di transito e di origine il compito di “difendere” le frontiere europee. Il ‘Migrant Compact’ proposto da Renzi non è dissimile: se si esclude la “novità” degli Eurobond già bocciata dal presidente della Commissione Junker, ha come obiettivo dichiarato di fornire aiuti economici ai Paesi che garantiscono il controllo dei flussi. Quegli Stati verrebbero ritenuti, al pari della Turchia, come dei paesi terzi sicuri, e poco importa al presidente del Consiglio se questi garantiscono i diritti umani o se la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha già condannato in passato l’Italia per respingimenti illegittimi.

Abbiamo guardato negli occhi chi ha perso tutto nelle sue terre, abbiamo vissuto in prima persona cosa accade a chi si organizza in modo autonomo ed indipendente per portare nei campi la cooperazione vera, la sola forza che può annullare barriere e distanze tra esseri umani ed anzi rompe la solitudine imposta da grate e filo spinato. Bloccati sopra un ponte da un cordone di polizia, quella stessa polizia – poco importa il colore delle divise – che sbarra ogni valico di frontiera da Idomeni al Brennero. Abbiamo lavorato nel campo di Idomeni per i migranti ed assieme a loro, abbiamo raccolto la loro voce e mescolata alla nostra indignazione abbiamo attraversato Salonicco e il valico del Brennero condannando senza mezze misure tutti i governi dell’Europa Unita che militarizzano i confini e stanno riconoscendo alla Turchia il ruolo di gendarme all’esterno delle mura della Fortezza Europa.

Guardiamo il mondo che si riempie di muri inorriditi e preoccupati, ma non impotenti. Sappiamo agire, sappiamo organizzarci per cooperare nei campi e per prendere parola direttamente e senza mediatori. Sul ponte a Idomeni, a Salonicco davanti al palazzo del governo regionale e poi sotto all’ambasciata di Turchia, e poi ancora al passo del Brennero: laddove sorgono barriere al posto di canali umanitari siamo stati presenti e protagonisti.

Sentiamo la necessità di continuare ad additare chi si rende responsabile di questo attacco al concetto stesso di umanità, non possiamo trattenerci dal gridare il nostro rifiuto di ogni guerra, di ogni deportazione, di ogni barriera creata al solo scopo di contrapporre tra loro esseri umani. Sentiamo la necessità di esprimere il nostro rifiuto delle modalità con cui gli Stati d’Europa vogliono gestire le crisi che generano. Vogliamo continuare ad agire, aprendo percorsi di cooperazione ad Idomeni e non solo, segnalando e risignificando ogni luogo di coloro che hanno generato quelle situazioni inaccettabili.

Per questo facciamo nostro e rilanciamo l’appello a costruire una presenza espressiva ed attiva sotto l’ambasciata turca a Roma il 1° Maggio, con appuntamento alle ore 12 in Piazza Indipendenza. Perchè pensiamo che sia un altro passo da fare in tanti e diversi per costruire un mondo migliore.

overthefortress@meltingpot.org

1 maggio Roma, Ambasciata turca.

Appello all’azione
I Centri Sociali delle Marche organizzano la partecipazione con un Pullman dalla regione.
Per informazioni e prenotazioni: 3475279729 – 3381463081
info@glomeda.org

Appuntamento a Roma alle ore 12 in Piazza Indipendenza

1 maggio

Un migrante irregolare per la Turchia per ogni migrante regolare all’Europa. Un Paese pagato per lo “smaltimento” dei profughi verso l’inferno della guerra e delle persecuzioni, ricompensato per il lavoro sporco dei respingimenti illegali con i quali si vorrebbero chiudere gli accessi allo spazio europeo. Una mercato di essere umani che ha il valore di 6 miliardi. E’ questo il cuore della vergogna trascritta nell’accordo Ue – Turchia del 18 marzo del 2016.

Il 4 aprile è cominciata la deportazione. Teste basse, corpi ossuti, avvolti in giacche di larga taglia. Corpi (co)stretti tra uomini in divisa, maschere sui volti e sigillo frontex sul braccio. Sullo sfondo la bandiera europea

Da gennaio 100 uomini, donne e bambini ogni giorno vengono respinti da una guerra civile ad un’altra guerra civile. Dalla Turchia alla Siria. In attesa, 200.000 persone affollano i 20 km del confine turco. Terra di nessuno tra diversi Stati. Terra di nessuno della stessa guerra.

La Turchia è un paese sicuro. Per gli jihadisti e per il loro commercio illegale di petrolio, di armi, di esseri umani e di opere d’arte. Un paese sicuro. Sicuro di essere il canale europeo delle espulsioni di massa. Sicuro di essere valutato degno di entrare in Europa, entro la fine di giugno. Isis ringrazia.

La paura è l’architrave su cui si regge la costituzione materiale dell’Unione Europea. La paura, anche detta crisi, narrata come perdita del futuro, chiamata precarietà e vissuta come impoverimento. A suo nome. A sua giustificazione, il corpo del migrante è esposto al pubblico ludibrio: capro espiatorio. Nel frattempo gli stregoni della xenofobia, del razzismo e del neo-fascismo mettevano a riparo se stessi e i loro profitti. Panama papers, altro che orgoglio nazionale!

All’alzare dei muri, al tendere del filo spinato, agli incedere degli egoismi nazionali, alla narrazione dello scontro di civiltà, ha risposto un’umanità in marcia. L’abbiamo vista lungo la balkan route; in continuo movimento, mentre muoveva l’Europa. L’abbiamo vista nella jungla di Calais, conosciuta e amata nel campo di Idomeni, costretta tra divise e grate nei campi governativi gentilmente concessi dal Governo Syriza.
I migranti assiepati lungo il confine greco-macedone ci hanno detto che chiusa una rotta se ne apre un’altra; entrando in Albania, attraversando l’Italia, passando per l’Austria fino alla Germania.

“Vienna la rossa” il 2 aprile ha chiuso le sue frontiere. Disdetto Schengen. Sospeso l’Europa. Il 3 aprile il confine italo-austriaco è valicato lo stesso. In centinaia. Cittadini europei pronti a dire ben venuta a tutta quell’umanità in fuga dalle nostre guerre. A casa nostra, perché la loro gliel’abbiamo bombardata.

Da Idomeni al Brennero una nuova sfida si aggira nella Fortezza Europea: per delegittimarne dal basso i confini, interni ed esterni, e quegli istituti della governance neoliberale responsabili delle politiche che generano la crisi ed il bisogno di milioni di persone di lasciare la propria terra.

Se i governi europei usano solo parole davanti alla macelleria in atto nel Kurdistan turco, se restano indifferenti per il sostegno della famiglia Erdogan all’Isis, se versano lacrime di coccodrillo per gli europei caduti negli attentati di Parigi e Bruxelles, se tollerano che il PKK sia ancora nelle liste del terrorismo mondiale, se in nome della paura si rende il corpo umano merce di scambio tra Stati, se il neo-sultano può chiedere l’ingresso in Europa mentre denigra le donne,
manganella il dissenso e censura la stampa, infine, se davanti a tutto questo non vi è nessuna rottura diplomatica dei rapporti tra Italia e Turchia, è il tempo che questa rottura venga agita dal basso. E’ il tempo di non tollerare più l’intollerabile.
Questo non è un appello da firmare. Un promotore a cui accodarsi. Un’area a cui aderire.

Questo è un appello all’azione.
Il Primo Maggio, a Roma, davanti all’Ambasciata Turca.
Appuntamento h 12 Piazza Indipendenza
Agire nella Crisi

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