Sabato 5 Marzo – Stranded Horse + Banana Job + Bruno DJ + Isola di Falconara = Concerti &Teatro

28Ambasciata dei Diritti Ancona & SCA TNT presentano:

sabato 5 marzo 

dalle 21,15
Spazio Comune TNT
via Gallodoro 68 ter – JESI

5 marzo

“Voglio un figlio da te che sia spada lucente” della compagnia ISOLA DI FALCONARA

+

Stranded Horse, etno-folk Francia

+

Banana Job, reggae Senigallia
in concerto

+

Prima e dopo in consolle BRUNO DJ


 

 

isola

presenta

“VORREI UN FIGLIO DA TE CHE SIA UNA SPADA LUCENTE”isola4

“Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno…. per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.

La carne, la carnalità, il sesso, il sangue e i figli, gli amori, gli abbandoni e le voci di un corpo. Lo spettacolo, tutto al femminile, nasce da un laboratorio che ha visto le attrici scavare gli scritti di Alda Merini attraverso un percorso tortuoso e personale. La rappresentazione – andata in scena per la prima volta nel marzo del 2013 – ha l’intento di raccontare alcuni aspetti ed esperienze tra le più significative che hanno segnato la vita della poetessa attraverso le sue parole.

Lo spettacolo itinerante accompagnerà lo spettatore attraverso le diverse stanze nelle quali verranno rappresentate le sfaccettature della vita della grande poetessa mediante la drammatizzazione di alcune sue poesie.

Con Nausicaa Fileri, Caterina Brutti, Valentina Latini, Christina Morbidelli, Federica Fabietti, e Francesca Galeazzi

Regia di  Loris Barzon

Tecnici audio-luci Paolo Mosconi, Mauro Osimani e Mauro D’Ignazio

Orario spettacoli 21:15 e 22:15

Per due gruppi di circa 20 persone l’uno

Si raccomanda la massima puntualità

Facebook event: https://www.facebook.com/events/1734124483473752/

 

BANANA JOBbanana

Banana Job è un progetto musicale filogiamaicano, nato nel novembre 2012, tra gli sterminati campi di banane della Casa della Grancetta. E’ il Reverendo della Bassa Frequenza (al basso) l’anello di congiunzione tra Papanuccio (all’elettrica), John Banan (drum) e Banana Dean (voce ed acustica). L’amore per il reggae e la passione per i riarrangiamenti porta la band a maturare un repertorio che celebra l’incontro tra brani storici appartenenti all’immaginario collettivo italiano e internazionale e la musica caraibica per eccelenza. In poco meno di tre anni Banana Job ha proposto le proprie rivisitazioni di Dalla, Buscaglione, Gaetano, passando per Beatles, Reed e Morrison, in oltre cento concerti, spaziando tra reggae, ska, rocksteady (talvolta persino jungle!) e sempre omaggiando timorosamente i padri della irie music. In sostanza, e con tutte le eccezioni del caso, quattro musicisti per lo più rock, suonano in chiave per lo più reggae, brani per lo più pop. Il risultato è: Banana Job!

 

STRANDED HORSE

Il francese Yann Tambour non è uno di quei reclusivi cultori di linguaggi arcani, né uno dei tanti artisti “occidentali” folgorati da quelle tradizioni di altri mondi che ultimamente riscuotono discreto successo in ambiti musicali indipendenti. E, ovviamente, non ha nemmeno origini o ascendenze che giustifichino un interesse etnografico per i suoni e la cultura africana.
Anzi, il suo peculiare percorso artistico dà conto di un’attività cominciata alle prese con un’elettronica romantica e pulsante sotto l’alias Encre (un paio di album nei primi anni del Duemila, tra i quali merita di essere segnalato in particolare l’ottimo “Flux”, del 2004), che trova il suo primo punto di svolta nel 2006, con l’Ep “Encre A Kora”, nel quale scopre per la prima volta la kora, la tradizionale arpa-liuto suonata dalla popolazione di etnia mandinka dell’Africa occidentale.
L’anno seguente Tambour assume la denominazione di Thee, Stranded Horse, pubblicando “Churning Strides”, album a base di chitarra, kora e accenni di canzoni, opera di indubbio fascino ma fin troppo uniforme a causa di un amalgama strumentale non del tutto compiuto e di una scrittura ancora abbastanza acerba.

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E così, dopo varie esperienze che comprendono l’incontro con Ballaké Sissoko, si arriva al tempo presente, all’elisione del “Thee” e dunque a quello che a tutti gli effetti si può considerare il secondo capitolo della seconda vita artistica di Yann Tambour. Scritto per la maggior parte nel 2008, durante un periodo di soggiorno a Bristol, e oggetto di una lunga e meticolosa rifinitura nella sua Normandia, “Humbling Tides” trae le mosse dai medesimi presupposti del suo predecessore, sviluppandoli tuttavia nella duplice direzione di una maggiore definizione compositiva e di una più compiuta integrazione di sonorità speziate con retaggi di tradizioni europee più o meno risalenti.
Negli otto brani di “Humbling Tides” non vi è infatti semplicemente un ponte gettato attraverso il Mediterraneo da un’artista di moderna sensibilità europea, ma anche e soprattutto la ricerca di un sincretismo espressivo che trascende quella, più superficiale e scontata, di un ipotetico tratto comune tra enigmatico misticismo africano ed espressioni arcaiche della musica europea, quali quella dei cantori e dei bardi rinascimentali.

Ne risulta un disco essenzialmente incentrato sul picking chitarristico e sulla danza delle dita di Tambour tra le ventuno corde della kora, che a sua volta dà luogo a un andamento altrettanto vivace di note che rifulgono serafiche al pari della sua voce morbida, assumendo ora le tonalità cristalline di un solitario canto alla luna, ora accenti ritualistici più tipicamente ancestrali. Ma v’è di più, poiché, ben lungi da un interesse di tipo “turistico”, l’artista francese riesce a fare proprie le sonorità dell’Africa più profonda, rielaborando alla loro luce madrigali e cantiche medievali, spunti di raffinato lirismo e persino un’ardita cover degli Smiths (“What Difference Does It Make”, che bissa, con esito decisamente migliore, l’esperimento condotto nel disco precedente con la “Misty Mist” di Marc Bolan).
Se infatti le calde sfumature e le iterazioni melodiche di “And The Shoreline It Withdrew In Anger” e “Shields” possono far balenare collegamenti con la purezza acustica di un Mark Kozelek o di uno José González, la continua alternanza di intonazioni e l’inarcarsi impetuoso della parte centrale di “Halos” (undici minuti) e della danza propiziatoria del finale di “They’ve Unleashed The Hounds For The Wedding” evocano un ascetismo misterioso, la densità del cui corpo sonoro si mantiene a debita distanza da eccessi virtuosistici.

Non mancano nemmeno disorientanti traslazioni sotto un cielo africano di un grigio inverno parigino, riuscite con rara compiutezza nei sussurri della prima parte di “They’ve Unleashed The Hounds For The Wedding” e negli unici due brani cantati in francese, “Les Axes Déréglés” e “Le Bleu Et L’Éther”, opportunamente arricchiti dal violino di Carla Pallone (Mansfield.TYA) e dal violoncello di Joseph Roumier, che conferiscono un alone romantico a chanson che, in particolare nel secondo caso, non disdegnano di sfociare in dialoghi post-cameristici tra armonizzazioni e sibili sinistri. Ma, oltre alla coesione conseguita tra gli eterogenei elementi costitutivi del lavoro, il dato che più colpisce rispetto al retroterra artistico di Tambour è la sostanziale analogia di alcune cadenze e strutture armoniche (soprattutto in “They’ve Unleashed The Hounds For The Wedding” e “Jolting Moon”) con quelle delle composizioni elettroniche firmate Encre; completamente diversi gli strumenti, comune la “firma” di sequenze di note rilucenti, che alternano inerzie incantate a movenze oblique, ora rallentate ora giustapposte in frequenze incrementali.

E anche per questo “Humbling Tides” risulta in definitiva un convincente tentativo di stabilire un contatto tra una post-modernità scevra da operazioni ricognitive formali e tradizioni musicali primigenie abitualmente trascurate dai recuperi del passato, pur così frequenti nell’attuale costellazione indipendente.

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