Napoli 21 e 22 Novembre – AGIRE NELLA CRISI- Confederare autonomie

Agire nella crisi – Confederare autonomie

Assemblea nazionale di movimento il 21 e 22 novembre a Napoli

24 / 10 / 2015

Premessa

Partiamo da qui, dal luogo e dal tempo della nostra enunciazione. Proviamo a porci alcune semplici domande. Chi siamo. Dove siamo. Chi sono e dove sono i “nostri”. Qual è il campo di battaglia.

Attraversiamo una fase politica, economica e sociale difficilissima. Una congiuntura specifica che nella temporalità allargata della crisi vede una ridefinizione geo-localizzata della ripresa e della stagnazione, dalla quale emerge una nuova “mappa della subalternità” e della accumulazione, una mappa che di fatto penalizza con ancora più cinica sistematicità le povertà e tutte le forme di marginalità.

Potremmo dire semplicemente che la crisi, consacrata definitivamente a forma del governo degli uomini e delle donne, oggi ha rotto la macro-narrazione generale della paura e delle possibili apocalissi finanziarie e ha assunto prepotentemente l’ordine del discorso delle velocità differenziali.

Non siamo più tutti in crisi. I poveri, sia che si tratti di soggetti collettivi che di individui, sono sempre colpevoli di insolvenza o di una qualche forma di resistenza ai dogmi della nuova accumulazione del capitale. Per questo devono pagare.

Di contro le cosiddette “locomotive d’Europa”, mascherando i costi sociali degli indicatori economici, si avvalgono del differenziale di potere derivante da una ripresa, che già mostra segnali di crisi, per imporre, con ancora maggiore arroganza, le loro infauste intromissioni nelle vicende singolari di alcuni stati nazione e nelle legislazioni comunitarie in materia di diritti sociali e di libertà di movimento.

Noi, qui, nel nostro paese comunque estremamente disomogeneo dal punto di vista delle condizioni materiali e del benessere delle persone, ci troviamo ancora complessivamente tra quelli che affannano. Non esiste ripresa a fronte della macelleria sociale imposta dal governo Renzi. Non esiste nuovo welfare. Non esiste incremento dell’occupazione. Se si guarda poi ai dati relativi al meridione la stagnazione diventa drammaticamente sinonimo di desertificazione economica e sociale.

Sulla base di queste coordinate spazio-temporali e senza dimenticare quel prezioso bagaglio composto da tutte le esperienze che in questi anni  hanno provato a rispondere dal basso all’aggressione della crisi, sentiamo il bisogno di riorganizzarci, di ridefinire nel mezzo di queste nuove cartografie del presente, quali sono i nostri itinerari, quali  gli strumenti e soprattutto quali le strategie più efficaci per dichiarare guerra alla povertà, alla subalternità imposta e alla dittatura della crisi e del debito.

agire

La vita contro il capitale

Il capitalismo e la vita sono incompatibili. La vita nel capitalismo del terzo millennio degrada inesorabilmente: perde i diritti con i quali si è difesa, perde gli spazi nei quali si è ritrovata e organizzata, perde la sua intimità genetica, con la quale ha preservato gli ultimi margini di autonomia. Le stesse condizioni naturali necessarie alla sua riproduzione vengono progressivamente demolite sotto il peso del saccheggio capitalistico. La forma biopolitica del comando conosce, sempre più spesso, una drammatica torsione necropolitica.

Il capitalismo è nemico della vita, la vita non può che essere nemica del capitalismo. L’essenzialità di tale condizione è il fondamento del nostro agire, l’irriducibilità del conflitto che essa porta con sè è la matrice etica, politica, teorica e pratica che alimenta ed oltrepassa le nostre lotte.

Il capitalismo non è qualcosa di astratto e la vita non è un’entità informe. Coercizione, sfruttamento ed estrazione di valore, anche quando assumono la forma virtuale, sono dispositivi materiali che aggrediscono i territori e le nostre esistenze. La vita è messa a valore in ogni suo aspetto all’interno di una cooperazione sociale espropriata  ai suoi attori e trasformata in una miniera da cui un capitalismo sempre più parassitario estrae le risorse e se ne appropria. Nel nostro tempo storico le mediazioni in termini di diritti e garanzie sociali sono sempre più rarefatte, lo sfruttamento è sempre più diretto, violento e ricondotto alla centralità dei rapporti di forza.

La consapevolezza della devastazione sociale, economica ed ambientale prodotta dal capitalismo è diffusa, forse più che in ogni altra epoca. Eppure tale consapevolezza stenta a tradursi in una nuova narrazione capace di sedimentarsi e di diffondere non speranze messianiche, ma credibili prospettive di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. E’ una criticità con la quale dobbiamo fare i conti in un contesto storico in cui nuove visioni generali e dispositivi culturali, radicati nell’integralismo religioso o nell’ideologica intangibilità degli assetti finanziari globali, accampano diritti sull’immaginario collettivo e ne occupano gli spazi.

Agire la crisi, narrare l’azione

Ovviamente nuove narrazioni non nascono a tavolino. Ma non nascono neppure dall’attesa fatalistica di qualche evento catartico. Partiamo, intanto, da ciò che è nella nostra disponibilità, dagli interrogativi sul nostro agire che riusciamo a porci e dalle risposte, se ci sono, a cui possiamo dare un corpo ed una storia, piccola o grande che sia. Per questo vogliamo riaprire la riflessione collettiva su come noi narriamo ciò che siamo e ciò che facciamo, come comunichiamo la visione all’interno della quale i contenuti specifici delle nostre lotte si collocano e assumono continuità. Quando parliamo di narrazione non intendiamo semplicemente il racconto di ciò che è già accaduto: la narrazione è già parte dell’evento nel momento stesso in cui questo si determina, componente inscindibile del processo attraverso cui l’azione si materializza e produce un fatto.

Narrazione e comunicazione sono elementi costituenti dell’azione esattamente come l’azione è elemento costituente della narrazione: sono fattori inscindibili. Per questo nello spazio-tempo in cui ci troviamo ad agire non ha più alcun senso distinguere i contenuti di una lotta dalle forme in cui essa si determina: forma e contenuto sono in realtà un tutt’uno attraverso cui nasce, vive, si afferma e muore la medesima vicenda. Porsi il problema di come e cosa narriamo equivale a  porsi il problema di come agiamo e di come stiamo nei conflitti che concorriamo a produrre o che si producono a prescindere da noi. Non esistono narrazioni valide per tutte le epoche: ogni narrazione è figlia del  suo tempo.

Il nostro tempo è il tempo della crisi, una crisi che va ben oltre il piano strettamente economico, per investire complessivamente gli assetti politici, istituzionali, culturali ed ideologici che hanno infrastrutturato (con sempre maggiore difficoltà) le fasi precedenti. Una crisi che dal punto di vista capitalistico è attiva e passiva: attiva perchè abilmente utilizzata per sferrare un attacco di gigantesche proporzioni ai diritti, al reddito, alle garanzie sociali e persino a dispositivi istituzionali oramai troppo vincolanti ed obsoleti rispetto alle attuali dinamiche di valorizzazione; ma anche passiva perchè attraversata da variabili e contraddizioni che neppure i tentativi di riorganizzazione capitalistica riescono a catturare e razionalizzare dentro nuovi modelli gestionari: le migliaia di profughi e migranti che in poche settimane hanno raggiunto i confini europei e li hanno posti sotto assedio ne sono una chiara espressione. Il tempo della crisi, di questa crisi, è un tempo brutale che rende del tutto inefficaci i modelli comunicativi che abbiamo utilizzato fino a poco tempo fa: alcuni linguaggi e micro-narrazioni sedimentati nel corso degli ultimi anni risultano completamente sfasati, se non addirittura amene leziosità, nel costante rullo dei tamburi di guerra che satura oggi la comunicazione ed attraverso cui si accreditano narrazioni a noi lontane e nemiche.

Contro lo sfruttamento: fare comune

In un contesto in cui l’aggressione capitalistica alla vita assume livelli e proporzioni inediti, in cui truffe di proporzioni globali, come quella della Wolkswagen e delle grandi operazioni finanziarie e bancarie, destituiscono sempre di più la retorica della legalità, dove l’integralismo religioso (e armato) si propone come l’alternativa “anti-sistema”, abbiamo bisogno di rilanciare una narrazione diretta, semplice e facilmente divulgabile, all’interno della quale, bypassando le mediazioni terminologiche e concettuali, affermiamo il nostro essere contro il capitalismo come condizione necessaria ed ineludibile a difesa della vita e della libertà. Un contro-capitalismo liberato sia dalle ragnatele ideologiche, sia da mimetizzazioni che diventano sempre più controproducenti.

Essere o non essere contro il capitalismo fa la differenza, oggi più che mai. Su questo piano la scelta di campo non può più restare sullo sfondo, avere le caratteristiche deboli di un’allusione o, peggio ancora, di un non detto. Il problema non è quello di costruire un differenziale ideologico o nuovi aggregati identitari, ma quello di tornare a dare un senso generale alle scelte particolari, di costruire opzioni. Non è l’identità che ci interessa, ma l’individuabilità di una prospettiva che non si esaurisce nel dato contingente.

Abbiamo bisogno di una storia che parla del nostro futuro e che vive nel nostro presente, un presente di cui dobbiamo cogliere il repentino riaprirsi a visioni generali che, tra nazionalismi, neo-millenarismi e guerre sante, tentano di colonizzare l’aspettativa di un futuro diverso, piegandola a nuovi dispositivi di oppressione.

Abbiamo bisogno di tornare a parlare il linguaggio della speranza contro il pessimismo dell’irreversibile e le follie integraliste che si coagulano anche dove, fino a poco tempo fa, non avremmo immaginato.

Abbiamo bisogno di ricostruire legame sociale perchè è solo all’interno dei legami sociali che le narrazioni si traducono in prospettive concrete ed i conflitti assumono cittadinanza, diventando reali motori di trasformazione, pratiche costituenti che vivono nella cooperazione sociale. Una cooperazione sociale che è nel contempo luogo di massima valorizzazione dello sfruttamento capitalistico e luogo di massima valorizzazione dei processi di soggettivazione politica di classe. Perchè è proprio dentro le maglie della cooperazione sociale che possiamo costruire i nostri insediamenti costituenti, quei “luoghi” del comune nei quali il sociale si riprende il potere che gli spetta e si riappropria fino in fondo del suo essere politico, ovvero potere costituente di una vera alternativa di sistema.

Conflitto e legame sociale sono componenti del medesimo processo: se vengono separate è il processo stesso che viene meno. Il legame sociale c’è o si produce nel momento in cui il conflitto riesce ad interpretare un bisogno che attraversa le articolazioni sociali, ad esprimere un potenziale inespresso che si riconosce nel conflitto anche quando ha scelto di non farne parte. In questo senso il conflitto è nel contempo costituente e destituente. Lo scontro che si estranea dalla problematica del legame sociale non ha nulla a che vedere con il conflitto: è solo una variabile funzionale della crisi, istituzionalizzata all’interno dei modelli di gestione dell’ordine pubblico e della repressione giudiziaria. Nella governance che opera all’interno della crisi le dinamiche di istituzionalizzazione non ricalcano i confini istituzionali: non è il rapporto/non rapporto con il campo istituzionale a demarcare ciò che si istituzionalizza e ciò che non si istituzionalizza, ma i processi sociali all’interno dei quali si collocano le scelte. Un evento che invece di allargare le contraddizioni e gli spazi di agibilità, ne determina la contrazione, è un evento istituzionalizzante, a prescindere dalla sua relazione con la sfera istituzionale.

“Confederare” le autonomie. Organizzare il conflitto.

I contesti cambiano velocemente. Oggi più che mai si può essere attori di cambiamenti reali solo se si accetta fino in fondo l’idea di essere noi stessi un processo in costante trasformazione. Nuovo e vecchio si intercambiano in un tempo storico breve e denso. Durante il tempo che impegniamo per affezionarci alle nostre nuove fisionomie, esse invecchiano e ci proiettano in un passato che noi ci ostiniamo a chiamare presente. Pensieri burocratici, morali ideologiche, tatticismi per improbabili ed inconsistenti egemonie ci rendono inefficaci, quando non addirittura parte di quello stesso ménage quotidiano che ci opprime. Per essere efficaci abbiamo bisogno di libertà: libertà di azione e di pensiero, libertà di analisi senza conclusioni precostituite, libertà anche dalle burocrazie di movimento che si fissano intorno a tematiche specifiche per poi vivere di vita propria in un tempo interminabile, addirittura paradossale se rapportato alla velocità con la quale gli scenari cambiano e le condizioni si trasformano: d’altra parte non c’è peggiore degenerazione identitaria di quella che si nasconde a se stessa e agli altri.

Domenica 22 novembre sarà proprio dentro questa libertà che cercheremo di riflettere insieme sui nodi che abbiamo provato a delineare, certamente con approssimazione, in questo documento.

Una discussione in cui la centralità non è data alle scadenze che ci vedranno impegnati nei prossimi mesi, ma all’analisi della fase che stiamo attraversando ed alle suggestioni che ne ricaviamo. Questo non per fare un po’ di esercizio teorico, ma, al contrario, per riportare l’analisi dentro la materialità di una discussione che attiene direttamente all’agire ed alla sua narrazione.

Vorremmo provare a mettere alcuni temi all’interno della discussione, non come scaletta retorica dell’assemblea, ma perché riteniamo sia utile centrare alcuni punti, e individuarne il loro intreccio, per interrogarci collettivamente sul nostro agire presente e futuro.

· Una riflessione che vuole interrogarsi sulla possibilità di concorrere all’apertura di un nuovo capitolo nel molteplice vissuto dei movimenti, all’interno del quale indagare modalità organizzative capaci di tenere insieme autonomia e condivisione, passati diversi e comune presente.

· Una riflessione che punta a fare innanzitutto nostre le lezioni che vengono da luoghi più o meno lontani e che stanno attraversando momenti che non stentiamo a definire rivoluzionari e di assoluto protagonismo storico. In questo senso vogliamo “confederare” le autonomie recuperando la preziosa lezione che viene dal Rojava e da quella straordinaria esperienza di autogoverno che si sta sperimentando nei tre cantoni siriani. In questo senso vogliamo che il patrimonio esperienziale dei compagni e della compagne che hanno osservato da vicino la materialità di quei processi diventi patrimonio collettivo delle nostre organizzazioni, soprattutto in questa fase di “riscrittura” e di analisi delle modalità organizzative, del nostro “stare insieme”.

· Una riflessione sugli effetti, sempre più tangibili nei nostri territori e nelle nostre città, sull’aumento della capacità estrattiva del capitale, di cui il dispositivo legislativo Sblocca Italia è espressione governamentale nel nostro Paese, deve correre di pari passo con la capacità di sviluppare forme concrete di resistenza ai processi di estrazione e cattura del comune. La campagna nazionale contro lo Sblocca Italia, promossa da diversi comitati territoriali dopo l’assemblea tenutasi ad Ancona lo scorso 4 ottobre, è senza dubbio uno spazio di soggettività sociale diffusa che può determinare momenti di rottura importanti. La cornice di questo discorso non può che essere l’opposizione dal basso al climate change, che si afferma sempre più come paradigma contemporaneo all’interno del quale il triplice rapporto capitale-oikos-bios  determina la totalità delle relazioni ambientali, ecologiche, sociali ed economiche a livello globale.

Allo stesso modo le nuove forme di accumulazione del capitale hanno generato l’impoverimento sistemico di miliardi di persone in tutto il pianeta. Il nostro Paese, segnato da una situazione di stagnazione socio-economica epocale e da politiche sempre più restrittive in termini di Welfare e diritti, sta covando al proprio interno forme di “guerra tra poveri” completamente funzionali alle elites. L’ultima fase di questa accumulazione è la rendita capitalistica sul reddito personale e familiare degli individui attraverso un regime di tassazione regressiva (Legge di Stabilità, nuovo ISEE) e un ulteriore smantellamento degli istituti novecenteschi della previdenza sociale (Sanità, contratto nazionale). E’ l’apice della trasformazione neoliberale: la ricchezza singola si fa carico dei rischi d’impresa ed è responsabile della riproduzione della forza-lavoro. Per questa ragione è necessario confrontarci su come attivare forme collettive e solidali di liberazione dalla povertà, attraverso le lotte per il reddito di cittadinanza e la costruzione di reti territoriali di neo-mutualismo.

· La questione delle migrazioni, che abbiamo visto essere in grado di mettere in discussione gli assetti statici della fortezza Europa e dell’austerity, rappresenta un ulteriore nodo della discussione. Il tema dell’accoglienza degna, intrecciato con quello del diritto alla permanenza, aprono la possibilità di ridefinire ex novo una cittadinanza europea, che vada oltre i confini e le etnie.

· Infine abbiamo bisogno di interrogarci su come implementare la capacità dei movimenti di agire maggiormente nello spazio europeo, non solamente attraversando le scadenze più importanti, ma investendo la complessità del nostro agire politico. Questo perché l’Europa è l’unico spazio dove possiamo realmente giocare la partita di un’alternativa sistemica.

Sabato 21 novembre vorremmo, invece, dedicare un focus point tematico al costante e rapido aggravarsi della situazione sul versante delle azioni giudiziarie che si abbattono sui movimenti. L’incessante attività della magistratura “creativa” ha oramai rotto ogni argine, arrivando persino a riproporre l’utilizzo dell’esilio come strumento per sradicare gli attivisti dal loro contesto di azione. Molte delle condanne comminate nelle aule dei tribunali per reati connessi alle lotte sociali sono oramai abnormi: unitamente alle misure cautelari e di prevenzione, utilizzate come ordinari strumenti di intimidazione ed immobilizzazione, si collocano al di fuori del quadro minimo di garanzie e di proporzionalità dei moderni ordinamenti penali. A tutto ciò si devono aggiungere proposte di legge in fase di elaborazione che associano a condotte minimali pene detentive pluriannuali.

Quello che sta accadendo nel nostro Paese sul piano della repressione giudiziaria dei movimenti ha assunto una dimensione tale da non essere più configurabile come una mera “stretta” repressiva: è una dinamica che oramai integra una vera e propria modificazione genetica dei dispositivi penali e amministrativi, specificatamente finalizzata alla repressione politica. Ma se questo è il quadro della situazione, ciò significa che nel nostro Paese torna a configurarsi un problema di “prigionia politica”, dove la prigionia non è data solo dal carcere, ma anche da tutte le altre misure che di fatto si traducono in una grave restrizione della libertà personale.

Certo, il concetto di “prigionia politica” siamo abituati ad associarlo a fenomeni  con caratteristiche molto diverse: tuttavia, come abbiamo scritto sopra, ogni narrazione è figlia del suo tempo e nel nostro tempo il concetto di “prigionia politica” deve essere rideclinato alla luce delle caratteristiche e dei significati che assume nelle centinaia di procedimenti intentati contro i movimenti. Vista l’attenzione già suscitata nel contesto europeo dalle disastrose condizioni carcerarie presenti in Italia, tra le varie prospettive di contrasto su cui ragionare c’è sicuramente anche quella di portare la questione in ambito europeo, con modalità e forme tutte da studiare ma che, in ogni caso, non rimangano confinate esclusivamente in ambiti tecnici.

Siamo convinti che nell’instabilità e nei disequilibri che connaturano la crisi,   esistano ampi spazi di azione dentro cui è necessario e possibile ripensare  ruolo e significato della soggettività, il suo rapporto con il diffuso bisogno di cambiamento, la sua capacità di insistere nello spazio europeo come spazio ineludibile di intervento e di analisi.

L‘appuntamento che ci stiamo dando a Napoli per il 21 e 22 novembre è un pezzo di un ampio mosaico che dobbiamo ricostruire. Scegliamo Napoli perché in un certo senso crediamo sia un territorio che racchiude nel suo spazio metropolitano e meridionale molte delle contraddizioni a cui abbiamo fatto riferimento in questo testo.

Una città che prima di altre ha conosciuto i dispositivi che la crisi ha normalizzato in tutto il paese: la gestione emergenziale come deroga alle legislazioni ordinarie, il saccheggio a prezzo della messa in discussione delle condizioni di esistenza e riproduzione della vita. Una città che la povertà e il disastro sociale spesso trasformano in un teatro di insensata ed efferata violenza, (come infatti è accaduto e sta accadendo in questi mesi) ed in cui le contraddizioni della crisi assumono un volto crudo ed esasperato. Una città che di contro ha conosciuto e sta conoscendo interessanti processi di partecipazione e protagonismo politico dei cittadini e delle cittadine, che possono certamente rappresentare uno spunto di discussione e di analisi per tutta quella miriade di territori che pure si interrogano sulla annosa questione della decisionalità e della democrazia.

Come in tutti i mosaici, i pezzi sono tanti ed hanno mille forme, ma solo il loro assemblaggio consente all’immagine di emergere dai frammenti e diventare espressione.

NAPOLI PRESSO MEZZO CANNONE OCCUPATO

SABATO 21 NOVEMBRE ore 16.00

FOCUS POINT: “Devastazione delle garanzie e saccheggio dei diritti: prospettive di azione contro l’oppressione giudiziaria e amministrativa sui movimenti.

DOMENICA 22 NOVEMBRE ore 10.00

ASSEMBLEA “Agire nella crisi, confederare le autonomie”

 

           Agire nella crisi: Il documento

In apertura di un anno politico che si prospetta denso di variabili irrisolte e profonde sollecitazioni, pubblichiamo un contributo alla discussione a cura dei Centri Sociali delle Marcheagire

 Una società divisa in classi

E’ strano. Fino a poco tempo fa non avremmo neppure immaginato di dover dichiarare la nostra contrarietà ad ogni forma di populismo: era nelle cose. Eppure nel volgere di poco tempo ci ritroviamo qui, a dire proprio questo, che i populismi non ci piacciono, neanche quelli “amici”, e che ancor meno ci piacciono i populismi che si rivendicano come tali, che alla pratica populista associano la sua riabilitazione teorica ed ideologica. Le ragioni per le quali riteniamo pericolosa la dinamica populista che sta innervando anche esperienze per altri versi interessanti come quella di Podemos, sono molteplici e richiederebbero, per evitare banalizzazioni, un ampio spazio di trattazione che entri anche nel merito dei riferimenti teorici su cui tali forme di neo-populismo si radicano.

Non è nelle finalità di questo documento, per cui ci limitiamo solo ad alcune brevi e parziali considerazioni partendo dalla semplice constatazione che la semplificazione dei rapporti di potere e di sfruttamento all’interno di una narrazione che riduce il mondo al binomio conflittuale popolo/casta si risolve inevitabilmente in una mistificazione della realtà. Il problema non è terminologico ma di analisi ed interpretazione della realtà materiale in cui viviamo. Per quanto ci riguarda continuiamo a pensare che la dinamica di estrazione di valore in cui il capitalismo costringe la cooperazione sociale produca una società divisa in classi.

Quando parliamo di classi non recitiamo un mantra che esprime la propria forza ipnotica nell’incessante ripetizione della medesima espressione. Si tratta dell’esatto opposto. Le classi cambiano, si trasformano, assumono connotati inediti dentro le profondissime trasformazioni che hanno modificato le modalità di produzione, le dinamiche di messa a valore, la comunicazione, lo spazio-tempo dello sfruttamento. Ma è proprio dall’analisi di tali cambiamenti, dall’individuazione del tracciato di classe e dalle prospettive che da esso si generano che è possibile disegnare la rotta di un cambiamento radicale.

La classe è un composto di condizioni oggettive e di processi di soggettivazione, il rovesciamento delle condizioni oggettive di esistenza in condizioni soggettive di progettazione e trasformazione. Il popolo è un’astrazione, oggi più che mai a rischio di derive corporative e nazionaliste. Non siamo ortodossi del linguaggio e non intendiamo problematizzare l’uso di termini come popolo e popolare. Il problema nasce quando il termine diventa un paradigma e viene posto a fondamento di una pratica politica: ancor più quando quella pratica politica viene scelta come il necessario volano attraverso cui costruire il consenso elettorale.

Ogni giorno sia nel mondo materiale che in quello immateriale, nello spazio fisico come in quello virtuale, la tensione tra le enormi potenzialità delle “forze produttive” e la loro costante riduzione ai processi di controllo e di valorizzazione capitalistici produce fratture, variabili, resistenze e nuove consapevolezze. Ma lo scontro non è tra un popolo astratto ed una casta di cattivi politici, cattivi imprenditori o cattivi banchieri che godono delle vessazioni che riescono ad esercitare: lo scontro è sistemico, attiene direttamente al cuore dei processi di valorizzazione/espropriazione, alle dinamiche generali attraverso le quali la cooperazione sociale viene articolata nella sua dimensione oggettiva e disarticolata nella sua dimensione soggettiva.

Il problema vero è il capitalismo. Non è un’affermazione banale: è un’affermazione semplice. Nel contesto culturale e politico in cui ci troviamo ad agire abbiamo bisogno di recuperare narrazioni forti e semplici nel contempo. La prima vittoria di un sistema complesso è quella di toglierti la capacità della comunicazione semplice e la speranza di costruire una narrazione generale sulla possibile alternativa ad esso.  La sproporzione tra le forze in campo fa apparire come abnorme, impossibile ed irrealistica una narrazione che riporti al centro l’enunciazione di base, e, cioè, che il problema vero è il capitalismo e che non ci sono soluzioni reali o di lungo termine che non muovano dal progetto costituente del suo rovesciamento.

Eppure oggi più che mai è necessario e possibile rilanciare una narrazione di ampio respiro che ponga sul banco dei responsabili del disastro sociale e del biocidio generalizzato il cuore stesso del meccanismo che li produce e non solo le sue specifiche manifestazioni. Ricostruire cittadinanza non nei salotti di intellettuali sempre più improbabili, ma nelle reali dimensioni sociali ad una critica diretta, espressa e radicale del capitalismo: non si tratta di un’opzione ideologica ma di uno strumento assolutamente necessario per restituire credibilità alle nostre azioni e persino un significato alle nostre sconfitte. Non è un caso che nelle manifestazioni che negli ultimi mesi hanno attraversato lo spazio europeo il comune significante sia stato espresso da una semplice affermazione sentita come propria da tutti e tradotta in un altrettanto semplice slogan: “anti… anti… anticapitalista!”.

  • Crisi globale

L’utilizzo profondamente politico della crisi economica che ha attraversato gli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, immortalato nelle torsioni sociali che esso ha prodotto ed esplicitato nell’ampissima letteratura, parte della quale anche di matrice conservatrice, che ne ha fatto oggetto di una diffusa e variegata denuncia. Ma nonostante l’evidenza del processo si stenta ad assumerne fino in fondo le conseguenze e le implicazioni. Il mondo è cambiato. L’Europa è cambiata. Il fondamento ideologico dell’Europa Unita, quello che attribuiva al Vecchio Continente la missione di uno sviluppo capitalistico presidiato dai diritti e dalle garanzie sociali, è stato rotto e le macerie sono state prontamente spazzate vie.

L’Europa del nostro tempo è l’Europa a matrice bismarckiana non solo e non tanto per il ruolo oggettivamente predominante che vi svolge la Germania, ma anche e soprattutto per la piena legittimazione pubblica e politica dell’esercizio della forza, dell’imposizione, dell’umiliazione come strumento di produzione e consolidamento delle decisioni: come diceva Bismarck non è con i discorsi, ma con il sangue ed il ferro che si risolvono i problemi di un’epoca. In questi anni in Europa c’è stata una rottura costituente: purtroppo non è stata quella che tutti noi avremmo voluto.

Una rottura che va ben al di là  del dato meramente economico: il problema non riguarda solo i margini di profitto in una determinata fase, ma, più complessivamente, il rapporto tra le necessità estrattive del capitale, i processi decisionali, il fondamento giuridico, ideologico e politico delle “necessarie” imposizioni. Ciò che sull’onda della crisi viene messo in crisi non sono solo i redditi e le garanzie sociali, ma l’idea stessa che possano esistere diritti e garanzie imprescindibili, indipendenti dall’andamento e dalle necessità dei processi di valorizzazione.

Il debito non è una patologia ma uno status: lo status di debitanza subordina quello di cittadinanza fratturando le fondamenta degli assetti istituzionali di matrice liberale. I trattati di libero commercio e di libero scambio segretamente elaborati in questi anni, con il TTIP a fare da punta più avanzata, ineriscono direttamente alla messa in crisi dei dispositivi nazionali di legificazione, dispositivi sempre più infunzionali in rapporto alle dinamiche del capitale finanziario ed alle strategie globali delle corporation.  L’assetto giuridico e normativo elaborato con il TTIP esoda dai processi di legificazione e si impernia su automatismi ed arbitrati internazionali in cui l’imprescindibile ed assoluto riferimento normativo è il mercato e la fisiologia stessa del capitalismo, con le sue molteplici e variabili necessità. TTIP e Trattati di “libero scambio” sostanziano una straordinaria messa in crisi degli assetti istituzionali, giuridici ed ideologici di matrice liberale che, con vicende alterne, cambiamenti e trasmigrazioni di poteri, si sono trascinati fino ai nostri giorni.

Una messa in crisi profonda, che segna un passaggio fondamentale nel progressivo esodo del capitale non solo dal campo decisionale degli Stati-nazione (processo già in gran parte avvenuto) ma anche dal campo di mediazione e legittimazione che gli assetti istituzionali nazional-statuali hanno continuato, e nonostante tutto continuano, a costituire.  Negli arbitrati internazionali prefigurati con il TTIP c’è ben poco spazio per la retorica sui diritti umani e le libertà fondamentali: in essi il capitale è un attore diretto, non mediato, che riconduce le relazioni al puro rapporto di forza. Peraltro, parlare di trattati “segreti” non è propriamente corretto perchè ci rimanda all’immagine ed all’idea di un agire nascosto in quanto colpevole.

In realtà la segretezza in cui vengono elaborati i trattati è sempre di più affermata e rivendicata come legittima, così che anch’essa, unitamente ai trattati, assume la dimensione di una frattura costituente ed il valore non di uno stratagemma ma di un paradigma. La crisi climatica e bio-ambientale che a velocità esponenziale compromette sempre di più le prospettive stesse di sopravvivenza biologica degli esseri viventi non garantiti, è saldamente nelle mani degli stessi che la producono e che ne fanno non solo un ulteriore mercato, ma anche un ulteriore strumento di ridefinizione a proprio vantaggio degli assetti normativi e gerarchici. Il recente crollo delle Borse mondiali conseguente all’andamento e gestione finanziaria dell’economia cinese ribadisce l’impossibilità sistemica di un equilibrio stabile e duraturo dei mercati finanziari. La dimensione di crisi all’interno della quale ci troviamo ad agire è una dimensione complessiva che travalica il piano economico per investire direttamente quello politico, istituzionale e giuridico.

Nella “krisis” il capitalismo rompe gli ordinari dispositivi di mediazione e si ripropone nella sua forma più diretta e brutale attraverso la quale ridefinisce fondamenta ed assetti dei processi decisionali e dei relativi strumenti impositivi. Espressioni come neo-liberismo o anche ordo-liberismo sono oramai insufficienti a descrivere l’attuale fase del capitalismo, dove il capitalismo è semplicemente se stesso, nella forma più diretta che abbiamo mai conosciuto dal consolidamento istituzionale, giuridico e culturale delle democrazie liberali.

Per queste ragioni anche la nostra critica e le nostre narrazioni devono essere altrettanto dirette. Essere o non essere contro il capitalismo fa la differenza. Nell’enorme complessità in cui ci troviamo ad agire abbiamo bisogno di costruire relazioni ampie e diffuse e di valorizzare ogni punto di resistenza e di critica, anche quando queste sono parziali, specifiche e non investono la radice ultima del problema. Tutto ciò, però, non può far venir meno narrazioni e riferimenti che individuano direttamente nel capitalismo il cuore dei problemi ed il nemico da battere.

E’ necessario rompere l’assetto ideologico che nonostante tutto pone il capitalismo al di fuori del “discorso” storico, nella posizione di un assoluto inamovibile. Nel contesto che stiamo vivendo, dove le mirabolanti evoluzioni della tecnica si mescolano al riemergere di visioni arcaiche ed in cui l’ipercapitalismo ed il nazi-islamismo dell’Isis convergono nella profondissima degradazione dei diritti, dove la critica più compiuta ed efficace al capitalismo sembra essere quella papale, si danno la necessità, le condizioni e l’urgenza per ricostruire una nostra narrazione del nostro essere contro il capitalismo e del nostro agire, che è inevitabilmente un agire nella crisi e nella messa in crisi: lo sarà per lungo tempo.

Non perdere di vista la dimensione complessiva e multilivello della crisi è fondamentale per evitare di cadere in visioni irrealistiche delle nostre traiettorie di azione. Abbiamo urgente bisogno di recuperare una teoria a servizio della prassi, un’analisi che ci consenta di definire strategie praticabili e progressive. Riconvertire lo spazio europeo in spazio di azione dei movimenti e di organizzazione delle istanze sociali ci impone di assumere fino in fondo la dimensione di crisi all’interno della quale sviluppiamo le nostre azioni ed un’analisi realistica delle condizioni all’interno delle quali si inscrivono le nostre prospettive. La linearità e la semplificazione con le quali in alcuni contesti si ipotizza nell’attuale fase storica la possibilità di perseguire con il protagonismo di “governi amici” un nuovo patto costituente in grado di generare una nuova Europa con una nuova mission nel mondo, ci appaiono del tutto irrealistiche, sostanzialmente fondate su una dialettica novecentesca che non tiene conto delle fratture costituenti prodotte dal capitale e dei profondi cambiamenti che esse hanno determinato nello scenario europeo e mondiale.

Il problema non riguarda l’utilizzo o meno dello strumento istituzionale, ma l’efficacia reale dei processi che si riescono ad aprire. Processi efficaci sotto il profilo della capacità di resistenza e di trasformazione oggi richiedono non solo un nuovo accumulo di lotte, ma anche il consolidarsi di insediamenti sociali e organizzativi extra-ordinamentali, che rispondono a fonti di diritto e di potere altri rispetto a quelli imposti dai dispositivi di governance e dai dispositivi istituzionali. Porsi il problema del potere nella crisi significa prima di tutto porsi il problema delle sue fonti. La questione fondamentale non è dove esso viene esercitato e con quali strumenti, ma da dove esso trae la vita e, quindi, la forza che lo sostanzia.

Un potere che trae origine dal mero dato elettorale e dalla mera manifestazione di consenso ad un programma elettorale, oggi più che mai è un non-potere sotto il profilo delle prospettive di cambiamento. Costruire potere nella crisi significa organizzarne le fonti, che a loro volta non possono che esistere in quanto evento costituente extra-ordinem e contra-ordinem.

Riprendendo, per economia, quanto già scritto in un precedente documento (“Extra ordinem – la zona franca dei beni comuni”), la “…dimensione costituente del comune produce ed è espressione di una dimensione giuridica che necessariamente si manifesta all’interno dell’ordinamento giuridico costituito come “antinomia”, che nel linguaggio giuridico indica la compresenza di norme incompatibili e che nel significato etimologico configura un “anti-nomos”, un qualcosa di contrapposto alla legge. Se rivendicare il “riconoscimento” dei beni comuni all’interno dell’ordinamento giuridico costituito ha come obiettivo l’affermazione della nuova sfera giuridica del comune, l’oggetto di tale riconoscimento non può consistere nella risoluzione dell’antinomia, nella sua eliminazione attraverso la legificazione, e quindi il disciplinamento, dell’ ”agire” che sta alla base del bene comune.  L’oggetto di tale “riconoscimento” non può che essere l’antinomia in quanto tale, l’accettazione della sua esistenza in quanto variante non riassorbibile, in ultima analisi l’accettazione di uno stato di eccezione che trae origine, questa volta, dai movimenti sociali. Nel linguaggio giuridico si parla di poteri extra ordinem per indicare facoltà straordinarie che la legge attribuisce agli organi dello Stato per fronteggiare situazioni eccezionali. La caratteristica peculiare dei poteri extra ordinem sta nel fatto che nonostante tali poteri comportino una violazione delle garanzie costituzionali o di altre leggi fondamentali, il loro esercizio viene comunque legittimato e reso forzosamente compatibile attraverso l’eccezionalità della situazione che deve essere fronteggiata: in sostanza è lo stato d’eccezione che rende possibile l’esistenza dell’antinomia. Ma se lo stato d’eccezione rende possibile l’esistenza di un’antinomia sul versante del potere, lo stesso stato d’eccezione può costituire il fondamento legittimante di un’antinomia che si produce sul versante dei movimenti. In questo caso lo stato d’eccezione è dato dalla crisi, dall’impoverimento generalizzato, dalla privatizzazione e dalla sottrazione delle risorse fondamentali alla vita. Il comune nella sua dimensione costituente produce un evento giuridico extra-ordinem che si impone all’interno dell’ordinamento in quanto stato d’eccezione e che, tuttavia, permane al suo interno come antinomia, ovvero come dimensione giuridica autonoma seppur “riconosciuta…” quando i rapporti di forza riescono ad imporne, attraverso il conflitto e la negoziazione, il riconoscimento.

La possibilità di negoziazione, che è storicamente parte integrante dei processi di trasformazione, si configura realmente solo laddove un potere extra-ordinem è in grado di imporne la necessità: ciò è tantopiù vero in una fase in cui il piano istituzionale di mediazione sociale viene messo in crisi dallo stesse trasformazioni capitalistiche. Il problema del potere nella crisi è, dunque, prima di tutto il problema di come si determinano insediamenti costituenti, luoghi fisici, culturali e politici in cui si afferma un potere extra-ordinem, ovvero un potere che seppur frammentario e discontinuo, e per questo ancora costretto all’interno degli ordinamenti costituiti, afferma l’alterità della sua fonte e la legittimità della sua esistenza, inevitabilmente oggetto di costante negoziazione con il potere costituito. Certo, la realtà è estremamente più complessa di un discorso che raccoglie le nostre speranze, i nostri desideri ed i nostri bisogni.

E’ anche vero, però, che la storia degli imperi, anche di quelli apparentemente più potenti ed invincibili, ci consegna una costante: la crisi irreversibile del potere costituito raramente è stato il prodotto di un grande evento di precipitazione o del rovesciamento contro di esso del suo stesso ordinamento. Il più delle volte è stato il prodotto dell’insediarsi e del diffondersi al suo interno di un potere extra-ordinem che esprime un processo nel contempo destituente e costituente. Tale processo non può essere scomposto in fasi successive, in una linearità progressiva dove la demolizione precede la costruzione. Il momento destituente non precede quello costituente perchè è proprio nell’insediarsi di un potere extra-ordinem che risiede la condizione primaria per una reale e progressiva destituzione del potere costituito. Destituzione e costituzione non disegnano un duplice processo: il processo è unico ed i due momenti sono costantemente intrecciati tra loro.

  • Agire nella crisi

Agire nella crisi significa interrogarsi costantemente su come è possibile produrre e diffondere tali insediamenti e su come è possibile consolidare e difendere il potere sociale che essi esprimono. Ma significa anche interrogarsi permanentemente su cosa siano tali insediamenti e su come essi si modificano nei diversi contesti e scenari all’interno dei quali di volta in volta ci troviamo ad agire. Certamente l’occupazione di luoghi fisici e la loro riconversione ad uso sociale è l’esempio più immediato e, se vogliamo, più semplice del prodursi di un insediamento. Ma abbiamo bisogno di molto di più.

I “territori” all’interno dei quali è necessario insediare un discorso ed una pratica extra-ordinem sono molteplici, sono quelli fisici, ma anche quelli culturali, quelli dell’immaginario e della comunicazione, quelli del “comune”, che è un intreccio dei mille piani che oggi definiscono un “territorio”. L’insediamento è una vicenda complessa che non può essere ridotta ad un evento, ad una manifestazione riuscita o al risalto mediatico di qualche nostra azione. L’insediamento è una pratica costituente, una pratica di coesione sociale e conflittuale capace di creare punti di riferimento e di radicarsi nei legami sociali, senza i quali nessuna prospettiva di cambiamento è credibile.

Come è possibile insediare realmente un nostro discorso, fatto di azioni e visioni, nella drammatica vicenda dei movimenti migratori? Come insediare realmente lo spazio europeo andando oltre la logica del grande evento che richiede lunghi tempi di preparazione ma il cui tempo di espressione rimane contratto in poche ore e, per questo, facilmente marginalizzabile?  Muoversi in uno spazio grande e differenziato qual’è quello europeo implica grandi difficoltà la cui gestione porta con sé rischi di burocratizzazione e di intempestività delle azioni. Grandi manifestazioni che con grandi numeri occupano grandi spazi sono importanti. Il problema, però, è che dobbiamo riuscire ad occupare anche il tempo, sia nei termini dell’immediatezza delle nostre risposte, sia nei termini della loro estensione temporale: in questo senso dovremmo lavorare di più sulla sincronizzazione delle azioni, sperimentando, anche attraverso l’utilizzo di tecniche a staffetta, il peso politico del tempo che le azioni riescono ad occupare, seppur con una minore concentrazione dei numeri.

Come costruire insediamenti sul terreno del debito e di un nuovo mutualismo che sia capace di tradursi  in una reale infrastrutturazione di resistenza e di difesa delle lotte che inevitabilmente e sempre di più entreranno in rotta di collisione con le politiche economiche, energetiche e sociali imposte dalla UE e dal capitale finanziario? Oltre alla dimensione solidaristica dobbiamo recuperare la funzione originaria delle forme di mutualismo conflittuale che individuavano proprio nell’assunzione collettiva delle difficoltà generate dalle lotte la possibilità materiale della loro difesa e del loro protrarsi nel tempo. Certamente un neo-mutualismo conflittuale oggi è chiamato a fare i conti con dimensioni estremamente più complesse. La parabola greca con l’impietoso accordo capestro imposto dalla UE mette a nudo l’entità del problema. Le reazioni ritorsive ai tentativi di introdurre cambiamenti sostanziali nelle politiche economiche fanno leva su rapporti di forza di grande spessore. Una dinamica mutualistica oggi è chiamata a misurarsi su un piano che va ben oltre quella che un secolo fa sarebbe stata l’organizzazione di una cassa di solidarietà con i lavoratori in sciopero.

Gli insediamenti mutualistici  costituiscono snodi fondamentali nella rete di resistenza e di organizzazione sociale che deve reggere il contraccolpo delle azioni ritorsive messe in campo dal capitalismo che si fa legge e principio regolatore assoluto. In questa scala sicuramente le pratiche mutualistiche risultano più difficili e più complesse: è anche vero, però, che il piano sul quale ci si deve misurare determina un oltrepassamento del profilo solidaristico e fa degli insediamenti mutualistici ulteriori segmenti costituenti, espressione di un potere extra-ordinem che si consolida e si articola.

Come costruire insediamenti nella crisi climatica e ambientale, oramai sull’orlo dell’irreversibilità e paradossalmente fonte di ricchezza a vantaggio degli stessi che la producono? Da questo punto di vista i nostri territori esprimono una grande ricchezza con la diffusione capillare di segmenti di auto-organizzazione sociale che nascono con l’obiettivo di resistere alla devastazione ed alla usurpazione ambientale. Lo Sblocca-Italia è un dispositivo normativo di imposizione reso necessario proprio dai livelli di resistenza espressi nei territori. Ma per questa stessa ragione l’impianto normativo pensato per eludere, attraverso la verticalizzazione delle decisioni e gli automatismi autorizzativi, le resistenze territoriali, può costituire una eccezionale occasione di unificazione delle lotte e di pratica di un contro-dispositivo di controllo e di potere nel territorio.

E come tornare a insediare anche il terreno dell’immaginario e del senso di appartenenza attraverso il recupero di una narrazione che parli anche di un futuro non immediato, che torni a coniugare non tra i sacerdoti della teoria ma nel sociale un orizzonte possibile di liberazione dal capitalismo? Non si tratta di perseguire nuove matrici identitarie ma di recuperare l’individuabilità di una prospettiva all’interno di un contesto che anche da questo punto di vista è in rapida trasformazione. L’affermarsi di nuovi nazionalismi, il consolidarsi di culture religiose integraliste che si armano e conquistano territori, il nuovo protagonismo sociale dei vertici della chiesa cattolica, la rapidità con la quale il nazi-islamismo dell’Isis ha materialmente riportato nel campo del possibile visioni così incredibilmente arcaiche dell’organizzazione sociale, riapre lo scontro anche sul piano delle narrazioni generali  e di una progettualità di lungo termine. Individuabilità ed identitarismo non sono la stessa cosa. L’identitarismo produce chiusura e arroccamento, confida nel rifiuto di relazioni contaminanti per mantenere la propria purezza che un giorno dovrebbe avere ragione delle identità spurie.

L’individuabilità muove dall’esatto opposto perchè acquisisce di senso solo all’interno della molteplicità delle relazioni, nella commistione e nelle pratiche multitudinarie. Contro i cambiamenti climatici, così come contro l’usurpazione esponenziale dei territori e delle risorse ambientali dobbiamo muovere tutto il possibile e stare dentro a tutto ciò che, a prescindere da noi, si muove. Ed è proprio all’interno del tutto che si muove che è possibile e necessario ricostruire le condizioni di individuabilità di un discorso che afferma l’ineludibile contraddizione ultima tra vita e capitale.

Una rivoluzione ci salverà, dice la Klein nel suo ultimo libro (per i più pigri la frase è già in copertina). E’ vero. La rivoluzione non è né l’aspirazione di romantici ribelli, né il Verbo degli ortodossi. La rivoluzione è una necessità che lo stesso sviluppo capitalistico fa fuoriuscire dal campo delle utopie. La rivoluzione appartiene al nostro tempo: non perchè sia in corso un’insurrezione, ma perchè nell’attuale stadio del capitalismo lo spazio di mediazione democratica, sempre meno funzionale, è in rapida degenerazione, i margini di riformabilità sono del tutto inadeguati alla dimensione complessiva di una crisi che intacca le condizioni primarie di sopravvivenza e ogni conquista reale da parte dei movimenti sociali, seppur parziale, produce effetti fortemente amplificati nel campo avversario.

Insediamenti costituenti, potere extra-ordinem, individuabilità di una narrazione contro-capitalistica definiscono una sfera d’azione che per potersi dispiegare nella realtà materiale richiede un’ampia capacità sia di articolazione che di coniugazione di piani, livelli ed elementi diversificati. E’ possibile all’interno di tale sfera una finalizzazione anche di articolazioni istituzionali? Per quanto ci riguarda il problema del rapporto con la sfera istituzionale è sempre stato un problema di “semplice” misurazione della sua utilità in relazione ai processi in atto ed alle loro potenzialità di sovvertimento. Le sofferenze identitarie, le pulsioni deterministiche ed il misticismo rivoluzionario abbiamo sempre preferito lasciarli ad altri.

La stessa linea di demarcazione tra ciò che è istituzionale e ciò che non lo è non coincide semplicisticamente con il dato formale, ma richiede sempre di più un’indagine sul piano sostanziale. Nel quadro delle trasformazioni in atto si producono facilmente sia meccanismi di istituzionalizzazione di contesti collocati fuori dal campo istituzionale, sia meccanismi di de-istituzionalizzazione di contesti collocati al suo interno ma privati della loro originaria funzione e del relativo potere. La sfera istituzionale nell’epoca della  governance e della comunicazione globale non è un luogo, ma un processo, ampio ed articolato, che travalica i confini formali tra ciò che è istituzione e ciò che non lo è. Il problema vero, di conseguenza, ha anch’esso natura processuale, non consiste nel dilemma astratto ed ideologico se sia giusto o meno un utilizzo strumentale di alcuni nessi istituzionali, ma nella valutazione concreta circa il verificarsi o meno, nelle condizioni date, di processi di istituzionalizzazione, ovvero di riduzione in ordinem della conflittualità sociale.

Un utilizzo dello strumento istituzionale efficace, e, cioè, che faciliti gli obiettivi senza determinare processi di istituzionalizzazione, non è semplicisticamente il frutto di un atto di volontà politica o di buona fede programmatica, ma la risultante di un rapporto di proporzione tra tale utilizzo, lo stadio di sviluppo dei movimenti ed il potere extra-ordinem che essi esprimono. Nella dimensione territoriale il radicamento e la prossimità dei percorsi di lotta possono consentire un utilizzo efficace anche di articolazioni istituzionali. Ma quando dal piano territoriale passiamo a quello nazionale o, addirittura europeo, e quando le dimensioni istituzionali attengono direttamente al governo di un Paese, la situazione cambia radicalmente: non si tratta solo di una diversa scala del problema, ma di contesti radicalmente e complessivamente diversi. Non sappiamo se sarà mai possibile nello scenario europeo una reale torsione in funzione anti-sistemica degli assetti governativi che operano nei singoli Paesi.

Quello che sappiamo con certezza è che essa, se mai si verificasse, sarebbe la ricaduta di un livello estremamente alto ed avanzato di sviluppo dei movimenti, delle loro strutture organizzative e del potere extra-istituzionale che esse riescono ad esercitare. Tale processo non può essere rovesciato per sopperire, magari ad interim, alla carenza di un potere extra-ordinem realmente in grado di disarticolare il campo istituzionale e di garantire quell’autonomia politica ed organizzativa dei movimenti senza la quale lo stesso utilizzo dello strumento istituzionale perde di efficacia e rischia di degradare in processo di istituzionalizzazione.

Da questo punto di vista la vicenda greca offre importanti spunti di riflessione. L’esito negativo del braccio di ferro aperto con il muscoloso asse bismarkiano non può essere banalizzato dentro la retorica del tradimento, sventolando l’improbabile ricetta della fuoriuscita della Grecia dell’euro. Il problema vero è che dietro l’alzata di scudi della Merkel si celava la certezza della governabilità del Paese. Il consenso con cui Tsipras si è presentato al tavolo delle trattative si è paradossalmente trasformato nella sua debolezza: solo la convinzione che Tsipras sarebbe stato in grado di legittimare l’accordo e di farlo accettare dai suoi concittadini spiega un affondo così brutale e senza remore. Le successive dimissioni di Tsipras e la chiamata alle urne che ne è seguita rischia di produrre un’ulteriore dinamica di arretramento poiché una sua eventuale vittoria elettorale assumerebbe il significato politico di un consenso alle misure capestro imposte alla Grecia. In questo scenario la nascita di una nuova formazione politica alla sinistra di Syriza,  non è affatto consolante perchè, salvo straordinari esiti della tornata elettorale, rischia di essere il tassello necessario alla stabilizzazione complessiva del quadro politico.

Non esiste possibilità di torsione di un dispositivo istituzionale di governo laddove non esiste un adeguato sviluppo di un potere extra-ordinem, che inevitabilmente presuppone l’autonomia e l’indipendenza dei movimenti che lo esprimono.  Certo, chiunque in questi mesi abbia fatto riferimento alle prospettive di conquista elettorale di governi nazionali in funzione anti-austerity non ha mancato di ribadire il ruolo determinante e necessario delle lotte e dei movimenti. Ma dal momento che non esiste alcuna magia che trasformi un’affermazione scritta in una realtà materiale, il problema del livello di sviluppo del potere sociale e delle sue strutture organizzative resta e con esso resta il problema della mancanza del contesto stesso dentro cui misurare non nell’astrazione teorica, ma all’interno di reali processi costituenti necessità, utilità ed efficacia dell’utilizzo di ipotetiche incursioni governative.

Il problema del potere nella crisi è dunque, prima di ogni altra cosa, il problema della conquista e della costruzione delle sue fonti primarie, antinomiche rispetto a quelle che costituiscono il fondamento dell’ordinamento costituito e delle sue leggi. In assenza di un adeguato sviluppo di tali fonti, che in ultima analisi sono segmenti organizzativi di classe, i tentativi di forzatura sul piano istituzionale-governativo, anche quando mantengano la loro genuinità, sono destinati ad un inesorabile arretramento. Dove, poi, come nel nostro Paese, lo sviluppo reale di un potere extra-ordinem incontra profonde difficoltà di crescita ed espansione, la nascita convegnistica di nuove forze politiche con ambiziosi programmi di governo ci sembra destinata ad un fallimento che, oltre a mancare gli obiettivi, perlomeno quelli collettivi e programmatici che sono cosa diversa rispetto a quelli individuali di chi si candida alla rappresentanza, disperde tempo e risorse. Agire nella crisi significa anche individuare le priorità: esse, a differenza degli hobby, non si scelgono  in base alle preferenze personali, ma si tenta di individuarle nelle dinamiche concrete di quella realtà materiale nella quale vogliamo agire e con la quale vogliamo trasformarci e trasformare.  Individuare le priorità è importante perchè è in base ad esse che si decide l’investimento delle risorse.

Noi riteniamo che oggi più che mai sia prioritario investire nella costruzione di quelli che abbiamo chiamato insediamenti costituenti e sulla ricomposizione intorno ad essi di un discorso e di una pratica contro-capitalistici. E’ in proporzione e all’interno di tali processi, e non prima o sopra di essi, che vanno valutate le strategie anche in relazione all’utilizzo conflittuale di dinamiche istituzionali, come d’altra parte si è già più volte verificato sul piano territoriale in rapporto a specifici percorsi di lotta. Invertire le priorità non configura solo una diversa visione di prospettiva, ma anche e soprattutto un diverso investimento delle risorse, che nelle condizioni date, al di là dei proclami teorici, in mancanza di una nuova fase fortemente espansiva dei movimenti, non può che tradursi in un’accumulazione per sottrazione: per investire da una parte, si sottrae dall’altra.

  • Coalizioni sociali e piazze costituenti

E’ necessario uscire dalla spirale di un ragionamento e di una prassi “ingegneristici” attraverso cui montando di volta in volta contenitori diversi, elaborando alleanze a tavolino o dando sistematicità sul piano teorico a ciò che nella realtà è tutt’altro che sistematico e definito, si cerca di risolvere su un piano sostanzialmente sovrastrutturale nodi e problematiche che invece vivono nella realtà materiale e che solo in essa possono trovare risposte.

Per quanto ci riguarda la coalizione sociale è una pratica, non un modello organizzativo, una dinamica dell’essere movimento e non una sintesi. La coalizione sociale come pratica necessariamente si radica nei territori e trova al proprio interno le modalità organizzative adeguate agli obiettivi che si propone. Il tessuto di relazioni che consente di connettere le grandi e micro conflittualità che si sviluppano nei territori è un processo che deve generarsi dall’interno delle lotte e non una costruzione verticale che da un centro nato da un accordo separato tra organizzazioni o presunte tali si impone come luogo di sintesi e di rappresentanza.

I processi di ridefinizione della governance a livello europeo e le funzionali politiche del governo Renzi aggrediscono radicalmente le condizioni di vita di milioni di persone. Le profonde modifiche introdotte nel nostro Paese ai fondamentali normativi  relativi al diritto del lavoro, al territorio, alla scuola, alla casa ed agli stessi assetti istituzionali producono dinamiche di impoverimento, sfruttamento ed esproprio che non hanno precedenti nella storia recente.

Lo sviluppo di un’opposizione sociale capace di far fronte alla portata dell’attacco non può che essere il frutto di una molteplicità di fattori che si combinano tra loro, spesso in maniera inedita ed imprevedibile. Il potenziale di lotta e di conflittualità nel quale l’opposizione sociale si radica, è in parte già attivo, ma in gran parte ancora latente ed inespresso. La priorità oggi è proprio qui, nel creare le condizioni perchè tale potenziale possa LIBERARSI, esprimersi, prendere forma, materializzarsi nei processi reali.

C’è bisogno di libertà. Libertà non solo dai dispositivi di oppressione e repressione del potere, che è parte fisiologica e costante delle nostre lotte e delle nostre resistenze, ma libertà anche da dinamiche che si producono sul versante dei movimenti e che al di là delle retoriche e delle teorie, più o meno astratte, più o meno autentiche, di fatto si traducono  in un ostacolo allo sviluppo dei movimenti ed ai processi di auto-organizzazione sociale. Il costante tentativo di ipotecare i percorsi di lotta all’interno di sintesi politiche ed organizzative si traduce in una costante compressione proprio di quella libertà primaria necessaria alla costruzione di un nuovo accumulo di lotte, che è anche un nuovo accumulo di modalità organizzative.

Il problema non è l’organizzazione in quanto tale, ma come essa si determina ed il rapporto di proporzione tra la dimensione organizzativa e lo stadio di sviluppo del conflitto. Perchè tale proporzione ci sia e perchè l’organizzazione non divenga un ostacolo anzichè uno strumento propulsivo è necessario che le modalità organizzative siano il prodotto diretto delle lotte e dei processi organizzativi che intorno ad esse si determinano. Le coalizioni decise dall’alto o dal centro (che spesso sono la stessa cosa) muovono da una logica esattamente opposta: accordi di vertici che poi per sopravvivere devono costruire proiezioni territoriali che a loro volta si risolvono in una finzione non essendo un prodotto reale dei processi sociali: d’altra parte in questa logica anche le finzioni sono utili perchè servono ad accreditare una leadership, un dispositivo di rappresentanza anch’esso predeterminato.

Ribadiamo: c’è bisogno di libertà. Abbiamo bisogno di ricostruire le condizioni affinchè le realtà di lotta e di auto-organizzazione sociale possano esprimere e costruire i propri percorsi senza doversi costantemente guardare da innesti parassitari, possano costruire le interconnessioni extraterritoriali senza doversi misurare costantemente su ipotesi organizzative precostituite, su coalizioni che nascono in una notte, sulla rincorsa alla primogenitura delle proposte attraverso cui passa l’affermazione di una sorta di copyright politico. Abbiamo l’urgenza di fare altro. Per uscire dalla spirale abbiamo bisogno di tornare alla sua base, uscire dalle logiche forsennate di accaparramento dello spazio politico e tematico che paralizzano e generano tatticismi degni del peggior burocrate di partito, accettare con gioia che i movimenti saranno ciò che saranno anche quando nel loro essere smentiscono le nostre previsioni e stracciano le nostre velleità identitarie.

Abbiamo bisogno di restituire autorevolezza e dignità al primo livello di organizzazione dei movimenti che sono le assemblee intese non nella versione ideologica dell’assemblearismo, ma come luoghi di confronto, discussione ed organizzazione liberi dalla costrizione di dover scegliere ogni volta se stare o non stare all’interno di un contenitore che improvvisamente ti sei trovato tra i piedi con tanto di rappresentanza già servita. Assemblee il cui scopo ultimo non sia quello di generare una sintesi complessiva, ma quello di sincronizzare i diversi percorsi, perchè nella dimensione moltitudinaria delle lotte il fattore moltiplicatore non è più la sintesi, ma la capacità di sincronizzazione, che non disegna solo una dimensione del tempo, ma anche una dimensione del contenuto. Assemblee dove sia possibile collocare in una relazione più ampia, in una condivisione comune quel legame sociale che le lotte nei territori, all’interno delle contraddizioni materiali, ricostruiscono. Quel legame sociale che è condizione irrinunciabile all’interno di un reale processo di accumulazione dei conflitti.

Non c’è libertà senza legame sociale. Il nostro bisogno di libertà è anche questo. Non possono determinarsi processi espansivi della conflittualità sociale laddove il conflitto non produce immediatamente legame sociale. E’ intorno al legame sociale che si aggrega la forza dei movimenti, che si determinano i processi costituenti, che si creano le condizioni per difendere le conquiste raggiunte e per rilanciare la sfida ancora più avanti. Ciò che rompe il legame sociale anziché ricostruirlo, che antepone ad esso il soddisfacimento della propria “privata” espressione e visibilità non è semplicemente altro da noi, ma è una vero e proprio ostacolo allo sviluppo dei movimenti, un’opzione contrapposta ai processi di auto-organizzazione sociale.

Anche le piazze, quando sono attraversate dai movimenti e ne diventano luogo di espressione, possono e devono essere insediamenti costituenti all’interno dei quali le forme del conflitto generano processi di coesione sugli obiettivi e di espansione dei percorsi. Per questo le forme del conflitto non sono una tecnica che si associa ad un contenuto, ma sono parte ineludibile del contenuto stesso. Una condivisione sui contenuti senza una condivisione sulle modalità con le quali essi vengono espressi nella piazza, è una condivisione finta che, per quanto ci riguarda, non ha più alcun senso. Il silenziamento che è seguito al primo maggio milanese con il sostanziale annullamento di un importantissimo spazio di conflitto chiarisce, più di un verboso documento, il punto della questione. Vogliamo che le piazze tornino ad essere luoghi di ricomposizione conflittuale, spazi  a cui sentono di appartenere anche i tanti che in quel momento vorrebbero esserci ma non ci sono.

Questo perchè siamo davvero convinti che nella crisi globale all’interno della quale ci troviamo ad agire esistono realmente le condizioni per riaprire un’autentica e credibile prospettiva di liberazione, una libertà che non sia la velleità dei pochi ma la necessità dei molti, che non sia la rappresentazione di se stessa in un artefatto palcoscenico, ma la vita che si riprende tutto.

Centri Sociali Marche

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