Tra orizzontali e verticali: la teoria enigmistica sui movimenti

Tra orizzontali e verticali: la teoria enigmistica sui movimenti

di Paolo Cognini

18 / 4 / 2015

Una grande curiosità. La prima reazione agli exit poll che davano per certa la vittoria di Syriza in Grecia fu, prima di tutto, questa, la curiosità di vedere che cosa sarebbe successo, quale sarebbe stata la risposta (e la faccia) della imperturbabile Merkel, come la BCE avrebbe gestito la materializzazione di una variabile così tenacemente esorcizzata. A distanza di qualche mese dal fatto la curiosità c’è ancora, ma è meno emotiva e più realista: l’arroganza con la quale le vestali dei poteri finanziari hanno agitato il “libro dei conti” in faccia al governo Tsipras ha immediatamente riacceso i riflettori sulla profonda diversità che distingue nello scenario europeo il piano delle decisioni e quello della loro legificazione all’interno dei singoli ordinamenti nazionali.

Decidere e legificare non è la stessa cosa. Negli Stati-nazione del secolo scorso i due momenti si sovrapponevano nella loro collocazione all’interno del medesimo spazio politico-istituzionale. Oggi non è più così, decisione e legificazione solo collocati in luoghi diversi ed all’interno di una relazione gerarchica nell’ambito della quale i processi di legificazione sono inevitabilmente subordinati a quelli decisionali. Ciò non significa, tuttavia, che l’attività normo-esecutiva si riduca ad un mero automatismo.

La legificazione del comando, ovvero la sua traduzione in un disposto normativo, non è un processo tecnico, ma un processo politico che risponde ad un triplice ordine di necessità.

La prima attiene alla legittimazione dell’ordine impartito: nonostante il progressivo sedimentarsi di una produzione normativa sovranazionale, soprattutto europea, e l’espansione degli automatismi applicativi, tale processo di legittimazione continua ad essere primariamente fondato sulla “convalida” normativa che i singoli parlamenti  attribuiscono alle decisioni prese altrove. L’attività di legificazione resta, nella fase attuale, fortemente ancorata ai singoli ordinamenti nazionali, subordinati nella sostanza ma ancora non soppiantati nella funzione di legittimazione pubblica e sociale delle decisioni.

La seconda funzione a cui assolve il processo di legificazione è quella di modulare l’ordine a seconda del contesto specifico in cui deve essere calato. Nonostante il dimensionamento sovranazionale delle decisioni, il contesto europeo continua a presentare profonde disomogeneità politiche, istituzionali e culturali che si radicano anche nel diverso posizionamento economico e decisionale dei singoli Paesi. La capacità di modulare il comando all’interno dei diversi quadranti politici e sociali costituisce una condizione ineliminabile per garantire la massima efficacia delle decisioni e la loro traduzione in processi politici ed amministrativi in grado di avvilupparsi alla materialità dei territori ed alle risorse ambientali, sociali e produttive che essi contengono.

La terza funzione attiene direttamente al potere coercitivo della decisione ovvero alla sua possibilità, una volta tradotta nella legge, di imporsi con la forza e di attivare tutti i dispositivi repressivi che possano garantirne il rispetto battendo sul terreno giudiziario e poliziesco le eventuali resistenze.

Il contesto all’interno del quale i movimenti si trovano a dispiegare la loro azione è, dunque, un contesto caratterizzato da un rapporto ad oggi inscindibile tra i processi decisionali, extraordinamentali e sovranazionali, ed i processi di legificazione, che in linea di massima permangono all’interno dei singoli ordinamenti nazionali. Tenere presente questo intreccio nella sua interezza è determinante per evitare di cadere in una duplice e contrapposta semplificazione, fuorviante nell’analisi e, soprattutto, nelle prospettive.

La prima, nel cogliere la dimensione sovranazionale delle decisioni, perde di vista il ruolo che gli ordinamenti nazionali svolgono nei dispositivi decisionali globali, con la conseguenza di astrarre la conflittualità sociale dal suo contesto più prossimo e di depotenziarne l’azione negando l’utilità dello scontro e della vertenzialità sociale che si producono all’interno dei singoli ordinamenti come reazione ai processi politici-amministrativi di legificazione ed imposizione delle decisioni.

La seconda nel valorizzare il ruolo legificativo degli Stati perde di vista il reale dimensionamento dei processi decisionali, confondendo la traduzione in legge della decisione, con la sua produzione. Il dimensionamento sovranazionale dei processi decisionali non è il frutto di una mera “scelta politica”, modificabile con un cambio di governo o una diversa composizione parlamentare, ma il portato fisiologico dell’attuale dimensione economica, ovvero dei processi di finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia, della dinamica estrattiva dello sfruttamento e della valorizzazione, dei rapporti di produzione e del contesto tecnologico all’interno del quale essi si determinano. Nella visione tutta ideologica di un possibile recupero in termini sovranitari dello Stato, alla conflittualità sociale viene assegnato un compito in ultima istanza “restaurativo”, all’interno del quale la priorità di un dimensionamento globale, nel nostro caso quantomeno europeo, dei movimenti viene ridotto alla declinazione, con qualche operazione di maquillage, di un polveroso quanto improbabile e marginale “internazionalismo”.

Tra queste due visioni, entrambe ideologiche perchè fondate su una falsa rappresentazione delle condizioni storiche e materiali, c’è la realtà, che non è una sorta “di via di mezzo” ma un altro piano del pensiero e dell’azione. Una dimensione all’interno della quale tutti i fattori che compongono l’intreccio tra processi decisionali e processi legificativi vengono assunti perchè è in quella complessità che diventa possibile individuare e costruire lo spazio di azione dei movimenti, gli strumenti ed i percorsi attraverso i quali rendere efficace l’azione destituente e costituente di una lotta di classe che appartenga realmente al nostro tempo.

Uno spazio che necessariamente deve articolarsi nella duplice dimensione che compone il dispositivo di comando, ovvero quella della produzione delle decisioni e delle strategie che le determinano, fisiologicamente ancorata nel contesto globale ed europeo, e quella della loro legificazione, attraverso normative, regolamenti e produzioni giurisprudenziali, in gran parte ancora radicata negli ordinamenti nazionali, che potremmo definire per maggiore chiarezza “ordinamenti omogenei”, ovvero spazi territoriali accomunati dalla loro sottoposizione al medesimo assetto normativo ed istituzionale.

La disarticolazione dello spazio europeo in una pluralità di ordinamenti omogenei, che rispondono alle medesime strategie decisionali ma che, nel contempo, ne differenziano l’applicazione, creando anche condizioni materiali di vita diversificate, costituisce una criticità per l’espansione dei movimenti a livello europeo. E’ inevitabile che i processi di aggregazione conflittuale si producano in prima istanza come risposta accomunante all’interno degli spazi normativamente omogenei. Tale aggregazione conflittuale primaria costituisce un fattore determinante per lo sviluppo di movimenti europei che siano realmente incisivi ed in grado di aggredire il cuore dei processi decisionali: per questo è importante sul piano europeo compensare le disomogeneità oggettive con la capacità soggettiva di costruire piattaforme di rivendicazioni comuni.

Ma è possibile immaginare che quel dispositivo di comando che si compone di processi decisionali sovranazionali e processi legificativi nazionali possa incepparsi o, ancora di più, essere fratturato proprio nella connessione tra il momento decisionale e la sua legificazione? E’ pensabile un’azione dei movimenti che insista proprio sull’anello di congiunzione tra il processo decisionale e quello normo-esecutivo? Certamente possono venirsi a creare condizioni in grado di produrre contraddizioni anche importanti tra i due momenti.

I dispositivi di governance sono tutt’altro che meccanismi perfetti ed i processi di legificazione non sono meri automatismi privi di quel margine di operatività politico-amministrativa necessaria e sufficiente alla loro stessa riproduzione. L’azione di movimenti sociali in grado di contrastare fattivamente le decisioni assunte a livello europeo dai vertici politici e finanziari possono condizionare, piegare o modificare il quadro politico-istituzionale all’interno dei singoli ordinamenti producendo una dis-funzione nel meccanismo preposto al loro  adeguamento agli assetti decisionali europei.

Questo, però, non significa che il rapporto tra processi decisionali sovranazionali e processi di legificazione nazionali possa essere rovesciato. Nel momento in cui tra i due processi si produce una disfunzione di carattere generale, relativa, cioè, ad elementi fondamentali nelle determinazioni strategiche, la reazione della governance europea sposta immediatamente il confronto sul piano dei poteri sostanziali. La vittoria di Syriza in Grecia e l’originario piano programmatico di governo hanno aperto una potenziale disfunzione rispetto alla quale Merkel e soci non hanno mai tentato di mettere in discussione la legittimità del risultato elettorale e della compagine governativa che ne è venuta fuori, come probabilmente si sarebbe verificato un secolo fa nel rapporto tra interessi di dimensione internazionale e Stato-nazione: hanno semplicemente messo mano ai “libri contabili”, ai vincoli finanziari e bancari, alle ritorsioni economiche ed alle ipoteche esercitabili in caso di inottemperanza agli impegni precedentemente imposti al Paese.

La destatalizzazione del piano strategico-decisionale e la sua verticalizzazione (tanto per stare nelle nuove tendenze terminologiche) nello spazio europeo determina una riconfigurazione generale dei poteri e delle loro dinamiche che travalica i singoli ordinamenti e li subordina. Le contraddizioni tra il piano decisionale e quello legificativo possono prodursi ed è bene che si producano, ma sono fisiologicamente temporanee, destinate ad essere riassorbite in mancanza di un processo sociale extra-ordinamentale in grado di costituire un principio di diritto, e quindi, inevitabilmente, di potere, che si colloca fuori della relazione tra l’ordinamento statale ed i processi decisionali sovra-nazionali. Se è vero che la relazione tra dimensione politica e dimensione economica può anche generare determinazioni dialettiche e contraddizioni, non esiste, tuttavia, oggi più che mai, la possibilità che la dimensione politico-istituzionale possa emanciparsi dalla dimensione bio-economica al punto tale da divenirne autonoma e tradursi in uno strumento di trasformazione generale.

L’autonomia del politico non esiste, è una finzione, oggi probabilmente ancora più dannosa di quanto non lo sia stata ai tempi della sua rielaborazione in versione “moderna”. Come è possibile, allora, parlare di un “superamento dell’autonomia del politico e dell’autonomia del sociale” senza esprimere un profondissimo non senso? L’autonomia del politico (istituzionale), ovvero l’idea che gli assetti istituzionali possano costituire non una circostanza strumentabile, ma parte integrante della stessa dimensione organizzativa di classe, è una costruzione ideologica storicamente giocata dentro i mille rivoli del riformismo: l’unico modo di superare una costruzione ideologica è quello di negarla, di rompere la mistificazione che essa porta con sè.

Nei contributi teorici in cui si fa riferimento al tema del superamento della dicotomia tra autonomia del politico e autonomia del sociale si finisce inevitabilmente con il porre i due termini che devono essere superati sullo stesso piano: ma come può l’autonomia del sociale, dimensione che appartiene, seppur con tante contraddizioni, alla dinamica reale del conflitto di classe, essere messa sullo stesso piano di un mero costrutto ideologico che pone al centro non la rottura dell’ordine costituito ma la sua ipotetica conquista?

E quale sarebbe la sintesi, diciamo pure l'”ibrido”, che da tale superamento dovrebbe scaturire? L’ibrido che ne dovrebbe scaturire è ben rappresentato dall’immagine più volte evocata di “mgm”, movimenti geneticamente modificati attraverso l’innesto di cosiddetti “assi verticali”. Personalmente non riesco ad immaginare i movimenti come una sorta di cruciverba, composti da assi verticali ed assi orizzontali che armoniosamente si intrecciano: d’altra parte i cruciverba funzionano perchè qualcuno ha precostituito le definizioni ed ha già deciso quali sono le lettere che vanno collocate nelle singole caselle.

Se proprio dobbiamo mutuare qualche figura dalla geometria preferisco immaginare i movimenti come sfere all’interno delle quali si disegnano parabole a seconda dei mille fattori che determinano il loro movimento.  In realtà credo che sia preferibile evitare le immagini, che certe volte trasformano il linguaggio in un trucco, ed andare alla sostanza dei contenuti. La vicenda di Syriza in Grecia e quella di Podemos in Spagna hanno, giustamente, aperto un ampio dibattito che nel volgere di poco tempo rischia, però, di perdersi tra le velleità di riciclaggio di consunti ceti politici e le velleità di presunte ridefinizioni teoriche generali.

Da qualche tempo a questa parte ogni volta che si verificano eventi di rilevante impatto politico inizia la corsa a chi per primo dichiara, a tavolino, chiusure di fasi, aperture di cicli, epoche che tramontano ed illuminazioni di cui bisognerebbe cogliere i tenui colori dell’alba: in questa sorta di sensazionalismo storico ognuno cerca di accreditarsi come il precursore del nuovo senza accorgersi che in questa retorica proclamazione di chiusure ed aperture epocali si annida il vizio più vecchio e duro a morire, quello di una concezione lineare e finalistica della storia.

In realtà vicende come quelle di Syriza e Podemos contengono interessanti elementi di novità ma anche dinamiche che abbiamo già visto, spunti che possono avere rilievo generale ma anche tanto che rimane ancorato al contesto specifico all’interno del quale quelle sperimentazioni si sono determinate. E’ sorprendente con quanta rapidità e conseguente scarsità di analisi siano state proposte letture e visioni che mirano a legare le future dinamiche di trasformazione all’incardinamento dei movimenti dentro la prospettiva di un asse verticale che non può avere altro significato se non quello di uno strumento organizzativo volto alla conquista elettorale del governo del Paese.

Ed è oltremodo sconcertante che tutto ciò avvenga “in vitro”, senza neppure un riscontro nelle dinamiche reali e sociali. Un’operazione demiurgica che, aggiornata la ripartizione tra vecchio e nuovo, chiuso ed aperto, termina l’autonomia del sociale e nel superamento della divaricazione tra questa e l’autonomia del politico ricolloca il futuro in un ibrido, che altro non è che l’impianto nei movimenti del progetto di conquista istituzionale-governativa del Paese.

Una prospettiva che, peraltro, nonostante le dichiarazioni di intenti e le parole spese sullo spazio europeo, nella dimensione materiale non può che coincidere con (ed essere percepita come) una rinnovata valorizzazione della dimensione statual-nazionale. Il tema della conquista del governo politico-istituzionale attraverso i cosiddetti assi verticali, apre ad una visione nella quale i passaggi che si determinano sul piano istituzionale non si configurano come una ricaduta dell’azione espansiva dei movimenti, ma come una  finalizzazione di quest’ultimi.

Il rapporto tra movimenti e riflessi istituzionali ne risulta rovesciato. Le prospettive di “ascesa” attraverso gli assi verticali non sono precipitazioni che si producono come portato di un determinato stadio di sviluppo della conflittualità sociale, e rispetto alle quali i movimenti mantengono autonomia e indipendenza, ma dimensioni organizzative organiche ai movimenti, destinate inevitabilmente a condizionarne strategie e obiettivi.

Certamente la dimensione globale che caratterizza la nostra contemporaneità ci impone di affrontare il tema della trasformazione con una grande capacità di articolazione, fuori da tabù ideologici e da linearità che non appartengono alle condizioni materiali in cui ci troviamo ad agire. Ogni contraddizione, anche la più piccola, ogni corto circuito, ogni disequilibrio che è possibile produrre nel campo avversario costituisce una risorsa nel difficile percorso di costruzione di un comune che sia irriducibile alle dinamiche dello sfruttamento capitalistico. Dobbiamo riappropriarci fino in fondo del significato più autentico del “fare politica” all’interno di una visione di cambiamento generale dei rapporti di produzione e delle relazioni sociali, il che implica la capacità di analizzare ogni singola fase, ogni singolo passaggio al di fuori di schemi precostituiti, con l’unico parametro di ciò che è materialisticamente utile, inutile o dannoso allo sviluppo dei movimenti ed alle aggregazioni conflittuali.

In un simile scenario anche l’utilizzo dello strumento istituzionale o della stessa legge può, in determinati contesti e nel ricorrere di determinate condizioni, instaurare una dinamica progressiva che apre spazi di agibilità ai movimenti o che consente di stabilizzare le conquiste prodotte dalla conflittualità sociale. Tutto ciò, però, non ha nulla a che vedere né con l’autonomia del politico né con presunti ibridi dentro cui l’autonomia del sociale sarebbe destinata a rinunciare a se stessa: si tratta sempre di scelte che costituiscono una variabile dipendente dell’autonomia di un sociale che si organizza e dei suoi processi di emancipazione, un rapporto che non può essere nè invertito, nè parificato.

A differenza dell’autonomia del politico, che è una costruzione ideologica e, quindi, in termini marxiani, una falsa rappresentazione della realtà, l’autonomia del sociale è una dinamica reale, prodotto ed espressione dei rapporti di produzione e del conflitto di classe, che inevitabilmente nel loro modificarsi modificano le dinamiche e gli strumenti attraverso i quali il sociale esprime, organizza ed afferma la propria autonomia.  Nell’epoca dello sfruttamento sempre più estrattivo e finanziarizzato e della produzione interamente dislocata nelle maglie della cooperazione sociale, il tema dell’autonomia del sociale colloca nella medesima finestra temporale e politica l’organizzazione delle lotte e l’organizzazione sociale, la destrutturazione dell’ordine costituito e la strutturazione di nuove dimensioni societarie, la pratica dell’illegalità e la produzione di una nuova giuridica sociale.

La ripartizione tra il momento dell’organizzazione politica nel partito, la conquista del potere e la riedificazione sociale, magari attraverso un intermezzo di dittatura del proletariato, appartiene, fortunatamente, ad un lontano passato. L’autonomia del sociale nelle attuali condizioni materiali è chiamata a misurarsi direttamente con processi costituenti che, seppur attraverso fasi frammentarie e disarticolate, agiscono all’interno della cooperazione sociale, per costruirne i nessi di autonomizzazione, attraverso nuove “istituzioni” del comune ed attraverso la produzione di un diritto altro e contrapposto alla legge, momento espropriativo del diritto all’autoproduzione della norma.

E’ nel passaggio dalla cooperazione sociale in sè alla cooperazione sociale per sè che si determina l’autonomia ed è nella costruzione del comune che l’autonomia si riappropria pienamente della sua dimensione politica, traducendosi in rottura rivoluzionaria. L’autonomia del sociale che si organizza e dei movimenti che essa esprime non è una variabile dei processi di trasformazione, ma ne costituisce la condizione primaria ed irrinunciabile. Tornando al tema delle disfunzioni che si possono produrre tra i processi decisionali sovranazionali e quelli normo-esecutivi nazionali, la possibilità che esse si traducano in contraddizioni non sanabili e, quindi, in spazi non recuperabili dai dispositivi di governance, magari attraverso qualche estemporaneo aggiustamento, è legata ad un adeguato livello di sviluppo non solo della conflittualità sociale in quanto tale, ma anche della sua estrinsecazione costituente, dell’autonomia e del comune, necessariamente extraordinamentali sia perchè rompono l’assetto normativo dominante, sia perchè si misurano su dimensioni che oltrepassano i confini dei singoli ordinamenti.

Ovviamente autonomia non significa separatezza, anzi spesso e volentieri la separatezza è un modo di sopperire alla mancanza di autonomia. L’autonomia non è compromessa dalla relazione. I movimenti sociali nell’esercizio della loro autonomia decidono di volta in volta obiettivi, strumenti, percorsi e rapporti. Quando i movimenti attraversano una fase espansiva gli spazi di movimento diventano un crogiuolo di intrecci e relazioni anche tra esperienze e provenienze molto distanti tra loro.

Importanti battaglie di movimento nella loro dinamica di espansione sociale possono  determinare il coinvolgimento e la partecipazione anche di forze sindacali e politiche. Tutto questo, però, non trasforma uno spazio di movimento in un “ibrido”.  Possono verificarsi ibridazioni al suo interno, ma la natura dello spazio, il suo essere espressione dei movimenti e della loro autonomia, resta la condizione costituente dello spazio stesso, non una sua variabile: ciò che rende uno spazio “di movimento” sono gli obiettivi, le modalità organizzative e le dimensioni decisionali.

Quando trattando il tema dei cosiddetti “assi verticali” si parla di spazi ibridi non si fa riferimento alla fisiologica molteplicità che all’interno degli spazi di movimento entra in relazione ed interagisce, perchè se così fosse non avrebbe senso parlare di spazi ibridi. L’ibridazione che dovrebbe determinarsi intorno agli assi verticali è un’ibridazione che attiene direttamente alla sovranità dello spazio ed ai suoi obiettivi strategici: limitazione dell’autonomia a vantaggio degli innesti verticali e stabile inserimento tra gli obiettivi della prospettiva di governo politico-istituzionale.

Forse qualcuno vagando tra assi verticali e spazi ibridi trova l’entusiasmo di una nuova prospettiva: auguri. Personalmente non riesco a vederci altro che un profondo arretramento ed il rischio molto concreto di rilegittimare dinamiche e logiche che si sono già rivelate perdenti sul piano prospettico di una trasformazione generale degli assetti sociali, economici e produttivi. La battaglia è difficile e non dobbiamo precluderci niente: ma la prima cosa che non dobbiamo precluderci è l’autonomia dei movimenti e dei percorsi di auto-organizzazione sociale.

Le fratture istituzionali possono acquisire un senso ed una funzione solo laddove l’autonomia del sociale e le dinamiche costituenti extra-ordinamentali, interfaccia conflittuale dei processi decisionali extra-ordinamentali attuati dalla governance europea, sono in grado di trasformarle, di approfondirle, di tradurle in spazi di agibilità che guardano in tutt’altra direzione: laddove, cioè, l’autonomia si afferma come tale anche nei confronti delle stesse fratture istituzionali, indipendentemente dal fatto che siano state sostenute o si sia concorso nel determinarle.

Si è detto e scritto che oramai sarebbe tempo di tornare a porsi il problema del potere. Perchè, quando avremmo smesso di occuparcene? Parlare di comune e di processi costituenti come può non implicare il tema del potere e della sua redistribuzione sociale? Il potere, come la legge e la proprietà, è il prodotto di un’espropriazione. Siamo contro il potere o siamo per la sua conquista? Siamo per la sua riconquista sociale il che implica essere contro il potere.

Certamente non stiamo attraversando un periodo di grande protagonismo dei movimenti, quantomeno nel nostro Paese. A volte i limiti possono risultare disarmanti, produrre frustrazioni che aprono improbabili ricerche di scorciatoie o di magiche trovate all’interno delle quali si rischia di confondere le necessità particolari ed individuali con quelle generali. Ma ai movimenti non servono né i maghi, né i palliativi, che altro non sono se non una corruzione dello stato di coscienza. Ciò che manca dobbiamo costruirlo, ciò che è poco dobbiamo farlo diventare tanto, ciò che è tanto dobbiamo farlo diventare molto di più: non ci sono alternative all’assunzione di questo onere e non ci sono interventi “dall’alto” che possano sgravarcene. Sono molti i fattori che concorrono a determinare il quadro di criticità in cui versano i movimenti, non ultimo quello repressivo-giudiziario che giorno dopo giorno miete un numero inaccettabile di vittime.

Ma tra i tanti fattori c’è anche quello di una responsabilità soggettiva, l’incapacità di porsi seriamente il problema di come ricostruire un luogo autorevole dei movimenti in grado di ridare voce e forza proprio a quell’autonomia del sociale che, nonostante tutto, continua a vivere ed a percorrere i mille reticolati della cooperazione sociale. Tra anatemi, veti incrociati e gossip telematici si produce un grande vuoto dove prendono corpo prospettive “incredibili”, dove i “cattivi ragazzi” subiscono il carcere e le denunce, mentre i “bravi ragazzi” a difesa della legalità parlano a nome dei movimenti. E’ urgente e necessario riprendere l’iniziativa, assumersi, ognuno nel contesto delle proprie realtà, la responsabilità di un passaggio che converga verso la costruzione quantomeno di un tentativo di riconnessione delle molteplici dimensioni di movimento che agiscono nei nostri territori.

Quando qualche anno fa cominciammo a parlare di coalizioni sociali immaginavamo che la molteplicità delle articolazioni su diverse tematiche potesse determinare una dinamica ricompositiva. Purtroppo non sta accadendo questo e le cosiddette coalizioni, piuttosto che ricomporre, hanno finito con il segmentare i movimenti. In non pochi casi sono diventate uno strumento per ritagliarsi uno spazio politico su misura, con tanto di rivendicazione di una sorta di esclusiva, di assurdo copyright  sull’oggetto della coalizione. In altri casi sono riuscite a realizzare percorsi importanti, ma quando il livello dello scontro ha richiesto un’estensione del conflitto sono venute a mancare le connessioni necessarie ed i percorsi sono appassiti.

Le coalizioni possono essere uno strumento importante quando si radicano in dinamiche sociali reali, ma non sono sufficienti: sono necessari luoghi in grado di generalizzare le campagne e gli obiettivi, di costruire input capaci di diffondersi nelle molteplici articolazioni di movimento, di recuperare il valore delle assemblee di movimento che possono affrontare tematiche diverse senza che ognuna di essa abbia la sua “privata” coalizione di scopo.

Nei tempi che corrono è bene non avere certezze: possono trarci in inganno. Non sappiamo come il mondo cambierà i movimenti rivoluzionari e neanche come cambierà noi stessi, la nostra vita ed il nostro insopprimibile desiderio di non arrenderci.

Se è vero, però, che il mondo cambia i movimenti rivoluzionari è altrettanto vero che solo i movimenti rivoluzionari cambiano il mondo. In fondo, nonostante tutto, qualche certezza dobbiamo pure concedercela: è un atto di umanità nei confronti di noi stessi.

Paolo Cognini

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