Eseere Rojava per essere liberi

 tnt karim 15 aprile

Senigallia-Kobane, andata e ritorno. Ragioni di una scelta partigiana

“Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte”. (Non c’è nessun dopoguerra – Wu Ming, Yo Yo Mundi)

 SENIGALLIA – Quanti, Karim? “Non lo so… non me lo chieda”. È l’unica domanda che lo mette a disagio, l’unica che gli fa abbassare, solo un attimo, gli occhi. Certo che ha ucciso, con quel kalashnikov che i suoi compagni curdi dello Ypg gli hanno messo in mano quattro giorni dopo l’arrivo in Siria. È la guerra, funziona così. Dipende solo verso chi punti il fucile. “Se non avessimo sparato, l’Is si sarebbe preso i civili, le donne, i bambini… li avrebbe costretti alla barbarie”, dice Karim Franceschi, ora che è tornato nella sua Senigallia, ora che attorno a sé ha di nuovo i ragazzi del centro autogestito Arvultura e racconta loro dei tre mesi passati a Kobane, “sempre con le stesse scarpe ai piedi, per liberarla dai miliziani del Califfato”.

Ha 26 anni, il fisico di chi ha fatto molto pugilato, la faccia pulita. Nella sua precedente vita, dopo il liceo classico, è stato pure agente immobiliare. Ora è un reduce. In famiglia ognuno ha la sua guerra. Suo padre Primo settant’anni fa combatteva sulle montagne toscane con i partigiani della formazione “Marcello”. E Marcello è il nome di battaglia che si è dato Karim. ” “Anch’io, in un certo modo, mi sento un partigiano”.

13 / 4 / 2015

Intervista a Karim

Una giornata di primavera. Un cielo limpido.  Un respiro trattenuto tra Istanbul e Bologna. Un aeroporto. Il volto di Karim che appare tra la folla. Gli abbracci.

Sono passati tre mesi. In Rojava. A Kobane. Volontario nelle file delle Forze di Difesa del Popolo (YPG). A combattere Isis.

Tre mesi a difesa di un progetto politico laico, femminista, comunitarista ed ecologista chiamato “confederalismo democratico” o “democrazia senza stato”. La vita in ballo.

Ancora una volta, socialismo o barbarie.

Tre mesi in guerra.

Guerra, qualcosa di estraneo a noi occidentali nati e vissuti da decenni in questa pace.

Guerra, una parola che abbiamo imparato a pronunciare con pudore.

Guerra, quello spazio che lambisce i confini d’Europa a sud, come a est. A sole poche ore di volo dalla “nostra” pace.

Karim ha attraversato questi spazi, quello d’occidente e d’oriente, quello della pace e della guerra. Così lontani, così vicini, così intersecati. Ed è tornato. Vivo.

Ora è il tempo del racconto. Condividere un’esperienza straordinaria, nel senso etimologico del termine, fuori dall’ordinario. Un racconto pubblico, che vuole divenire comune, perché ogni scelta partigiana è una scelta politica.

Ancora una volta, vogliamo che le prime parole siano le sue.

Spazio Comune Autogestito Arvultùra

17 / 2 / 2015tnt rojava calling

 Nei vuoti di potere creatisi dopo quella serie di avvenimenti e rivolte chiamati “Primavere Arabe” e la speranza di apertura politica e fine delle strette repressive di regimi dittatoriali che ne era seguita, si sono inserite nel contesto medio-orientale formazioni e organizzazioni che hanno letteralmente saputo sfruttare il momento. Lo abbiamo visto con i nostri occhi in Siria e in Iraq, dove un’accozzaglia di gruppi jihadisti e fondamentalisti si sono uniti dando vita a quello che oggi è il cosiddetto Stato Islamico.

Questa organizzazione ha imperversato per mesi nelle piane desertiche a cavallo tra Siria e Iraq, minacciando con la sua ideologia fascista e sanguinaria le popolazioni presenti nell’area. In questi giorni stiamo assistendo allo stesso schema nelle coste del Nord Africa dove il vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime di Gheddafi, prima sostenuto e poi scaricato dalle cancellerie europee, ha creato le condizioni perfette per l’entrata in scena di gruppi jihadisti che si rifanno strettamente all’ideologia e alla politica del califfato siro-iracheno, tanto da usare lo stesso nome, Stato Islamico, quasi fosse un brand.

La situazione in Libia è pericolosa e in evoluzione ma ancora una volta è fondamentale rimarcare l’importanza e i risultati di chi lo Stato Islamico lo sta attaccando e lo sta sconfiggendo. E’ di stanotte la notizia, riportata da molti media internazionali, che i combattenti dello Ypg/Ypj sono entrati per la prima volta nel territorio della provincia siriana di Raqqa, capitale de-facto, dello Stato Islamico. Si tratta di una notizia estremamente positiva per il fatto che nella Rojava, la spinta distruttrice dei “tagliagole” non solo è stata arrestata ma sono stati messi sulla difensiva, cedendo ampie porzioni di territorio che avevano conquistato durante la scorsa estate.

Le fonti curde riportano che i combattimenti nella zona di Tel Baghdaq, all’interno della provincia di Raqqa, sono stati tra i più violenti da quando è stato rotto l’assedio della città di Kobane. L’osservatorio siriano afferma che vi siano stati 35 morti nelle file degli jihadisti mentre registriamo, purtroppo, anche la morte di 4 combattenti dello Ypg. Sempre secondo fonti curde, sono 163 i villaggi riconquistati in seguito alla liberazione di Kobane.

Se la situazione è positiva nella Rojava, notizie diverse giungono invece dall’Iraq. Attorno alle città di Kirkuk e Mosul si combatte pesantemente e si continua a morire. Di certo la situazione sul campo  non viene aiutata dalle parole del Primo Ministro iracheno Haidar al-Abadi che in un’intervista dichiara di sperare di riconquistare Mosul entro la fine dell’anno. Essendo oggi il 17 febbraio si prospettano ancora pesanti combattimenti in quella zona. Se le speranze politiche non sono buone, non lo sono neanche i fatti sul campo. I media del Governo Regionale Curdo riportano la notizia di 17 Peshmerga presi prigionieri presso Kirkuk, fatti sfilare in città entro gabbie, come bestie, e infine barbaramente uccisi dai miliziani dello Stato Islamico. Nelle aree dove è ancora forte il loro controllo militare è evidente che i comportamenti di cui sono tristemente, e purtroppo, famosi non cessano.

Anche dal Kurdistan turco non giungono buone notizie. Nella giornata del 15 febbraio si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in molte città per ricordare l’arresto di Abdullah Ocalan avvenuto nel 1999 e da allora rinchiuso in carcere sull’isola di Imrali, e per la sua liberazione. Pesanti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza si sono svolti nelle città di Diyarbakir e Sirnak, dove ci sono stati anche 17 arresti, mentre a Cizre solo nell’ultimo mese sono state uccise dalle forze di sicurezza turche 6 persone, di cui l’ultima vittima è un ragazzo di 17 anni. Insomma, la morsa repressiva turca non tende a diminuire.

Nella lotta mondiale al terrorismo e allo jihadismo sembra che solo la resistenza di Kobane e della rivoluzione della Rojava rappresentino una soluzione. Per questo è ancora più importante mantenere alta l’attenzione e l’informazione su quello che succede nel deserto siro-iracheno perché ci può dare una chiave di lettura e, soprattutto, una soluzione a quello che sta succedendo sull’altra sponda del Mediterraneo.

Essere Rojava per essere liberi.

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tnt kobane1

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