Il lupo e Pierino

Analisi “creative” nel tempo dei forconi
di Paolo Cognini

15 / 12 / 2013
E’ oramai consuetudine ogni volta che ci troviamo ad analizzare fatti di rilevante impatto sociale, raccomandarci di non cedere alle facili generalizzazioni, di dare sempre la giusta importanza alle specificità ed ai caratteri differenti che, magari, lo stesso evento assume all’interno di contesti diversi. Forse, però, siamo così concentrati nell’evitare il rischio di una banale generalizzazione che finiamo con il sottovalutare il rischio opposto, quello, cioè, di essere a tal punto risucchiati nell’analisi del particolare, da perdere di vista il dato macroscopico, i caratteri più evidenti ed immediatamente percepibili di una data vicenda.
Eppure è solo alla luce di questa possibile deriva che possono trovare spiegazione alcune interpretazioni, peraltro accorate e con piglio “maestrino”, circolate in questi giorni intorno alle forconiane azioni pre-natalizie. Trovo davvero incredibile come tra cervellotiche disserzioni sulla nuova composizione di classe, improbabili accostamenti storici ed approssimativi richiami teorici, in più occasioni si siano completamente persi di vista i caratteri generali e più evidenti di quanto stava accadendo. Personalmente, trovandomi in viaggio proprio nei fatidici giorni dell’ “inizio della fine” ho avuto modo di vedere dal vivo molti dei blocchi e dei presidi che il giorno successivo avrebbero occupato le prime pagine dei giornali e che in tempo reale “sensazionalizzavano” siti ed emittenti.
Lo scenario che ogni volta si presentava era sostanzialmente lo stesso: bandiere tricolori al vento, numeri più che esigui, atteggiamento più che tollerante da parte della polizia, giovanotti in tenuta para-nazi al centro di uno sparuto gruppo di anonimi cittadini. Nelle Marche, che è la regione nella quale vivo, stesso copione. Ovviamente in alcune situazioni le iniziative hanno assunto dimensioni e caratteristiche diverse. Ciononostante resta il fatto, per l’appunto di carattere generale, di un divario abissale tra il dimensionamento reale dei presidi e la narrazione che da subito ne è stata fatta a livello mediatico. Il primo dato macroscopico riguarda, dunque, la costruzione mirata, attraverso un potente dispositivo mediatico-politico, della diffusa percezione sociale che si stesse verificando un evento di proporzioni straordinarie, in grado, addirittura, di mettere “in ginocchio” il Paese.
Una costruzione chiaramente finalizzata ad incrementare la diffusione e l’estensione degli eventi, che trova spiegazione solo in un investimento politico nella possibilità di creare, anche all’interno degli italici confini, un blocco sociale di destra popolare, tanto necessario agli immancabili cultori della strategia degli opposti estremismi, quanto caro a chi nelle condizioni di crisi generale auspica il radicamento di una reazionaria ed autoritaria prospettiva di disciplinamento sociale ed economico. Ed è per l’appunto proprio nella matrice di destra, così palesemente nazional-popolare, che emerge in maniera nitida l’altro dato macroscopico.
Una matrice che non è il prodotto di qualche “infiltrazione” fascista o di qualche complotto in camicia nera, ma il portato profondo di un blob culturale e politico che cresce intrecciando una molteplicità di fattori: le pulsioni razziste; il recupero patriottico dei confini come strumento di esclusione e di selezione; la riabilitazione del concetto di “popolo” nella sua grammatica tipicamente destroide e conservatrice, all’interno della quale esso diventa entità organica, corporazione delle corporazioni, chiamata ad eliminare lo scontro di classe attraverso l’ “onesta” disciplina delle funzioni assegnate agli altrettanto “onesti” cittadini; il carcere come principale immaginario punitivo ed indispensabile strumento di ricostruzione dell’ordine contro il caos; il sogno autarchico di uscita dalla crisi, che associato all’idea di un’irreversibile degenerazione della sfera politica, si traduce nella prospettiva di subordinazione della decisione politica non al sociale ma alle sue categorie economiche ed alle sue corporazioni, magari coadiuvate da qualche militare.
Individuare con chiarezza i tratti fondamentali della matrice che sta alla base di un dato fenomeno è il primo ed ineludibile passaggio per individuare le strategie ed operare le scelte. Dire che la matrice delle giornate del “9 dicembre” è una matrice di destra non significa affatto volgere lo sguardo al passato e comprimere il tempo presente dentro la geografia dei trascorsi storici: significa, al contrario, porsi con serietà il problema di cosa significhi oggi, dentro il contesto di una crisi che non ha pari in termini di intensità e di caratteristiche nella storia repubblicana, il configurarsi di un blocco sociale e politico con simili caratteristiche. Un’analisi che per essere efficace deve emanciparsi dalla deformazione tutta italiana, indotta dal peso storico della primogenitura fascista, di misurare ogni dinamica di destra sociale sul ventennio mussoliniano e sulla sua dimensione simbolica: nel resto del mondo il termine “fascista” viene normalmente utilizzato per individuare fenomeni attuali che presentano determinate caratteristiche.
E’ assolutamente fisiologico che intorno ad una data matrice, calata nella complessità sociale, possano determinarsi fenomeni e dinamiche che assumono in alcune circostanze caratteristiche difformi se non, addirittura, contrastanti con la matrice stessa: si tratta però di “epifenomeni” ovvero, come dice il mio vecchio dizionario di lingua italiana, “fenomeni accessori che si aggiungono ad altri senza cambiarne i caratteri fondamentali”. La potenza della matrice è proprio nella sua capacità sistemica di imporsi, a prescindere dalle anomale manifestazioni di se stessa. I tentativi di negare o ridimensionare le caratteristiche evidenti della matrice che sta alla base delle iniziative forconiane si sono basati proprio o sull’esaltazione dell’epifenomeno o sulla scontata considerazione che dietro l’agire “novedecembrino” ci sono, comunque, problemi reali e figure sociali impoverite dalla crisi. In entrambi i casi si tratta di argomentazioni che non hanno nulla a che vedere con il problema della matrice.
Dire, ad esempio, che il “movimento” non è razzista perchè ci sono dentro anche degli immigrati è un assurdo basato su un duplice errore: il primo è pensare che una particolarità possa modificare la totalità del fenomeno; il secondo è pensare che gli immigrati, proprio in quanto immigrati, siano necessariamente esenti da tentazioni esclusiviste: purtroppo non è così perchè tra coloro che hanno consolidato oramai da anni la propria condizione di soggiorno in Italia non manca chi auspica una rigorosa chiusura delle frontiere, vedendo nella massa dei diseredati in arrivo lungo le coste un rischio per la propria condizione di soggiorno e di vita. Certo, all’interno di una dinamica sociale l’agire è sempre il prodotto dell’esistenza di condizioni materiali di oppressione, precarietà, povertà, mancanza di prospettive.
Nel 2009 nel pieno della maroniana campagna securitaria scatenata contro i migranti alcuni immigrati lungo-soggiornanti confidavano di condividere la necessità di una stretta sui controlli e sulle espulsioni. Analizzando le ragioni di una simile presa di posizione era possibile rendersi immediatamente conto del fatto che essa nasceva dalle paure e dalle incertezze indotte da una condizione di soggiorno discriminante, minorata nei diritti e nelle garanzie. Ma le ragioni di quella scelta non potevano renderla meno odiosa agli occhi dei tanti migranti respinti alle frontiere, incarcerati, affogati, detenuti nei Cie, disperati perchè privi dei minimi mezzi di sostentamento per sé e per i propri familiari.
Il problema della pressione fiscale che riduce sul lastrico centinaia di migliaia di piccoli imprenditori ed artigiani è un problema reale con il quale dobbiamo fare i conti, una dinamica violenta di sfruttamento e di espropriazione che ha raggiunto livelli insostenibili. E’ sempre più urgente rompere la cortina di ferro della “legalità fiscale” ed affermare che esiste un’“evasione” di sopravvivenza, attraverso la quale non si accumulano capitali all’estero, ma si riproducono semplicemente (e male) la propria esistenza e quella dei propri familiari. Detto questo, però, si apre poi il campo delle possibili soluzioni e delle possibili prospettive. Dentro un contesto di grave crisi, come quella che stiamo attraversando, è fisiologico che si producano generalizzate condizioni di povertà, precarietà e sfruttamento. Ma l’accomunarsi di tali condizioni non produce di per sé una comune prospettiva o, meglio ancora, non produce il “comune” come prospettiva generale. Ciò che fa la differenza non è la comunanza delle problematiche, ma la comunanza delle possibili soluzioni: è proprio in questo iato, in questo difficile passaggio dalle condizioni comuni alle prospettive comuni, che spesso si gioca la partita fondamentale.
In alcune delle analisi “creative” che ho visto circolare intorno a forconi e novedecembrini nei siti “militanti”, l’aspetto che colpisce maggiormente non riguarda tanto le scelte fatte da alcune realtà in concomitanza dei presidi e delle manifestazioni: un’azione di contrasto può essere svolta in tanti modi e le scelte devono essere pragmatiche, basate sulla valutazione dei reali spazi di azione e della concreta composizione che ti ritrovi nella piazza.
Ciò che colpisce veramente è, invece, il ragionamento a monte, che si caratterizza non solo per la totale assenza di una visione critica della matrice posta a fondamento delle mobilitazioni e della necessità stessa di contrastarla, ma addirittura nella sua trasfigurazione in dato positivo e di emancipazione di una classe in divenire. In alcuni casi l’analisi creativa è arrivata addirittura a sostenere che nei territori in cui i presidi sono sostanzialmente falliti, le strutture di movimento dovrebbero interrogarsi circa i propri limiti, visto il mancato prodursi di una tale effervescenza sociale.
Di fronte a simili considerazioni le ipotesi vagliabili sono due: o nel corso dei presidi i forconiani hanno distribuito potenti allucinogeni da far perdere per qualche giorno il senso della realtà, oppure, cosa più probabile, qualcuno confonde la rivoluzione con il rovesciamento della realtà che avviene tutto dentro la sua testa. Personalmente sono ben felice che i presidi nel territorio in cui vivo siano stati disertati, anche perchè, almeno fino ad oggi, la mancata partecipazione non è stata casuale, ma il frutto di una scelta da parte di un tessuto sociale e culturale che ha immediatamente individuato la “puzza” di quegli appuntamenti.
Al contrario, penso che proprio in quei territori in cui il fenomeno ha assunto maggiori e più variegate dimensioni bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni, anche soggettive, del vuoto che quella proposta è riuscita ad occupare. Certo, si tratta di un interrogativo che può essere affrontato solo se non si parte dal precostituito presupposto che tutto quello che nasce nel tuo giardino è sempre positivo perchè il giardiniere è bravo e non sbaglia mai, mentre nel giardino degli altri… mammamia, che disordine e quante erbacce!
Credo che la complessità della fase che stiamo attraversando richieda da parte di tutti una capacità di analisi libera dal senso di competizione, dall’impellenza di piegare gli eventi alle proprie necessità identitarie e di ruolo, dalla necessità di cercare quella lettura dei fatti che più di altre conferma sempre ed immancabilmente la giustezza delle tue previsioni e delle tue scelte. Se proprio si sente il bisogno di dare delle lezioni, che ognuno le dia a se stesso: chissà, magari così il tempo passato in cattedra non è del tutto perso. Comunque non dimentichiamo mai che ogni medaglia ha il suo rovescio: perchè se è vero che dalla merda possono sbocciare i fiori, è anche vero che di merda si può morire, come poveri e diseredati di tutte le epoche sanno bene.
Nel concludere queste mie riflessioni non posso fare a meno di andare con il ricordo all’immagine di Calvani che si allontana dalla piazza a bordo di una Jaguar. Un’immagine che mi torna in mente non per il banale gossip giornalistico, palesemente strumentale, ma perchè ha la capacità di evocare in pochi fotogrammi la compresenza nella medesima scena di due richiami simbolici. Da un lato quello cupo, grigio, denso di pericoli che rimanda con il pensiero ai facoltosi mezzi che i proprietari terrieri garantivano agli agitatori fascisti, anch’essi proletari nel mezzo di una grande crisi, per le attività di propaganda. Dall’altro quello folkloristico, che nell’improvvido e pacchiano allontanarsi dalla piazza fa emergere l’insopprimibile, maccheronico “made in Italy”, la barzelletta di Pierino, immancabile compagno anche delle pagine più nere della nostra storia. Il lupo e Pierino. Nella stessa scena. Apparentemente contrastanti ed invece complementari, perchè mentre guardi Pierino che nonostante i suoi sforzi non riesce ad uscire dalla barzelletta, il lupo cerca il suo branco e, forse, lo trova.
Paolo Cognini

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